Le osservazioni mostrano che la grande corrente superficiale è ancora vigorosa. Più complesso è il quadro dell’AMOC, il sistema di circolazione profonda di cui essa fa parte: alcuni indicatori segnalano un indebolimento, altri evidenziano soprattutto oscillazioni naturali. I modelli concordano però su una riduzione nel corso del secolo, la cui intensità dipenderà dalle emissioni.

Periodicamente torna a circolare una notizia allarmante: la Corrente del Golfo starebbe per fermarsi, condannando l’Europa a un’improvvisa era glaciale. La realtà scientifica è molto più articolata. La corrente esiste, continua a trasportare enormi quantità di acqua calda lungo la costa orientale degli Stati Uniti e non mostra segni di un arresto imminente. Ciò che desta preoccupazione è soprattutto il possibile indebolimento dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation, abbreviata in AMOC: il vasto sistema di correnti superficiali e profonde che ridistribuisce calore, sale, ossigeno e carbonio nell’Atlantico.

Corrente del Golfo e AMOC vengono spesso usate come sinonimi, ma non sono la stessa cosa. La prima è una potente corrente superficiale, sostenuta soprattutto dai venti, dalla rotazione terrestre e dalla configurazione del bacino oceanico. L’AMOC comprende invece anche le acque calde che risalgono verso nord, il loro raffreddamento alle alte latitudini e il ritorno verso sud di acque più fredde e profonde. La Corrente del Golfo rappresenta quindi soltanto un tratto — per quanto importante — di una macchina oceanica molto più estesa. Anche un forte indebolimento dell’AMOC non farebbe scomparire completamente la corrente superficiale.

La grande corrente della Florida è ancora stabile

La prima parte della Corrente del Golfo attraversa lo stretto compreso tra la Florida e le Bahamas ed è chiamata Florida Current. Dal 1982 il suo trasporto viene misurato mediante un cavo sottomarino, integrato da campagne navali, altimetria satellitare e sensori di pressione.

Un’analisi pubblicata nel 2024 ha corretto una deriva introdotta dalle lente variazioni del campo magnetico terrestre, che influivano sulla misurazione elettrica effettuata dal cavo. Dopo la correzione, il trasporto medio tra il 1982 e il 2023 risultava pari a circa 31,7 Sverdrup: quasi 32 milioni di metri cubi d’acqua al secondo. Lo studio non ha trovato una diminuzione statisticamente significativa nell’arco dei quarant’anni considerati.

Questo risultato ha ridimensionato una precedente analisi che aveva stimato un calo di circa 1,2 Sverdrup dal 1982. La differenza dimostra quanto sia difficile individuare una tendenza climatica relativamente piccola all’interno di una corrente soggetta a forti variazioni giornaliere, stagionali e interannuali. La stabilità osservata nello stretto della Florida non esclude cambiamenti in altri tratti della corrente: la sua portata e il suo percorso possono variare in modo differente a monte e a valle di Capo Hatteras.

La Corrente del Golfo non deve quindi essere immaginata come un tubo uniforme. È un sistema turbolento, con meandri, vortici e scambi continui con le acque circostanti. Misurare un tratto non significa automaticamente conoscere la forza dell’intera corrente o dell’AMOC.

Che cosa dicono vent’anni di misure dirette

Dal 2004 il progetto RAPID misura l’AMOC a 26,5 gradi di latitudine nord, tra le Bahamas e l’Africa. Il calcolo combina il trasporto della Florida Current, quello prodotto dai venti e il movimento delle masse d’acqua nell’oceano aperto. La forza media dell’AMOC risulta di circa 17 Sverdrup, ma con oscillazioni considerevoli da un anno all’altro.

Le prime elaborazioni indicavano una diminuzione di circa 1,3 Sverdrup per decennio tra il 2004 e il 2022. Dopo la correzione dei dati della Florida Current, la stima è scesa a circa 0,8 ± 0,7 Sverdrup per decennio, diventando solo marginalmente significativa. Gran parte del calo deriva inoltre da un brusco passaggio a valori inferiori avvenuto nel 2009, più che da una riduzione continua e regolare.

Un’analisi successiva, pubblicata nel 2025, ha concluso che, dopo vent’anni di osservazioni, in questa sezione subtropicale comincia a emergere dal “rumore” della variabilità naturale un indebolimento di circa 1 Sverdrup per decennio. Il risultato dipende tuttavia dalla scelta del periodo, dal trattamento statistico dei dati e dal modo in cui vengono separate le variazioni temporanee dalla componente forzata dal cambiamento climatico.

Nel 2026, uno studio basato su quattro reti di sensori distribuite tra 16,5 e 42,5 gradi nord ha osservato una riduzione coerente del ramo profondo che scorre lungo il margine occidentale dell’Atlantico. Gli autori la considerano un possibile indicatore di indebolimento dell’AMOC, pur rilevando che parte del calo viene compensata da un rafforzamento sul lato orientale del bacino. La ricerca non misura dunque una diminuzione uniforme di tutta la circolazione, ma una riorganizzazione con un segnale comune lungo il margine occidentale.

Al contrario, la nuova ricostruzione SCOTIA, che estende al periodo 2004-2024 le osservazioni dell’Atlantico subpolare, non ha rilevato alcuna tendenza statisticamente significativa. Tra il 2016 e il 2020 l’overturning subpolare è risultato anzi insolitamente elevato, soprattutto per un aumento del trasporto di acque associate al Mare del Labrador.

Questi risultati non sono necessariamente contraddittori. L’AMOC non cambia simultaneamente e nello stesso modo a tutte le latitudini. Un’anomalia generata alle alte latitudini può impiegare anni per propagarsi verso sud, mentre venti, salinità, temperatura e correnti laterali possono produrre risposte regionali differenti.

Il difficile confronto con il passato

Le misurazioni dirette coprono appena due decenni, un intervallo breve rispetto ai cicli oceanici pluridecennali. Per ricostruire epoche precedenti si utilizzano sedimenti marini, coralli, isotopi, temperature superficiali e altri indicatori indiretti.

Alcune ricostruzioni suggeriscono che l’AMOC si sia indebolita di circa il 15% dalla metà del Novecento e che la sua forza recente sia fra le più basse dell’ultimo millennio. Una delle principali prove chiamate in causa è la cosiddetta warming hole, una regione a sud della Groenlandia che si è riscaldata meno del resto del pianeta. Questo andamento sarebbe compatibile con un minore trasporto di calore oceanico verso nord.

Ma la warming hole può essere influenzata anche dai venti, dagli scambi di calore con l’atmosfera, dagli aerosol e dal trasporto verso l’Artico. Uno studio del 2025, ricostruendo l’AMOC attraverso i flussi di calore fra oceano e atmosfera, non ha trovato una diminuzione significativa tra il 1963 e il 2017. Gli autori hanno inoltre concluso che le sole temperature superficiali non costituiscono un indicatore abbastanza affidabile per stabilire la forza passata della circolazione.

Lo stato attuale può pertanto essere riassunto così: l’AMOC è attiva e ancora vigorosa; diversi indicatori suggeriscono che alcune sue componenti si stiano indebolendo, ma le osservazioni non consentono ancora di quantificare con piena sicurezza una tendenza secolare dell’intero sistema.

Perché il riscaldamento tende a indebolirla

L’AMOC dipende in parte dalla densità delle acque. Quando l’acqua calda e salata raggiunge l’Atlantico settentrionale, cede calore all’atmosfera, diventa più densa e contribuisce alla formazione delle masse d’acqua profonde che ritornano verso sud.

Il riscaldamento globale ostacola questo processo in almeno due modi. L’acqua più calda è meno densa; inoltre, l’aumento delle precipitazioni, il disgelo artico e la fusione della calotta groenlandese introducono acqua dolce, riducendo la salinità. Una superficie più calda e meno salata tende a galleggiare, aumentando la stratificazione e rendendo più difficile il rimescolamento verticale.

Esiste anche una retroazione legata al sale. Un’AMOC forte porta verso nord acqua salata, che favorisce l’aumento della densità e sostiene la circolazione. Se il trasporto rallenta, arriva meno sale; l’acqua settentrionale diventa relativamente più dolce e la circolazione può indebolirsi ulteriormente. Questo meccanismo rende l’AMOC un possibile elemento di tipping, capace teoricamente di passare da uno stato forte a uno molto più debole dopo il superamento di una soglia.

Quanto potrebbe indebolirsi entro il 2100

Il Sesto rapporto dell’IPCC conclude che l’AMOC molto probabilmente si indebolirà durante il XXI secolo in tutti gli scenari di emissione. La valutazione indicava riduzioni medie nell’ordine di circa il 24-39% entro il 2100, maggiori negli scenari ad alte emissioni. Lo stesso rapporto considerava molto improbabile un collasso completo entro questo secolo, pur riconoscendo che un indebolimento sostanziale avrebbe conseguenze climatiche importanti.

Nel 2026 una nuova analisi ha ristretto le proiezioni dei modelli utilizzando sedici indicatori osservativi relativi alla temperatura, alla salinità e alla struttura dell’Atlantico. Per uno scenario intermedio, SSP2-4.5, il risultato è una riduzione stimata del 51 ± 8% entro la fine del secolo rispetto al periodo preindustriale. È un indebolimento circa il 60% più intenso rispetto alla media non corretta dei modelli analizzati.

Questa stima è importante, ma non costituisce ancora una nuova certezza assoluta. Le tecniche di “vincolo osservativo” dipendono dalle relazioni statistiche tra condizioni presenti e risposta futura dei modelli. Poiché le osservazioni sono brevi e i modelli rappresentano con difficoltà la convezione profonda, gli apporti di acqua dolce e i vortici oceanici, studi differenti possono produrre proiezioni sensibilmente diverse.

Un lavoro pubblicato su Nature nel 2025 ha analizzato 34 modelli sottoposti a forzanti estreme. In tutti i casi l’AMOC si indeboliva — in media del 54% dopo un brusco quadruplicamento della CO₂ — ma non collassava completamente. Secondo gli autori, la risalita delle acque nell’Oceano Australe continuava a sostenere una circolazione residua.

Altri studi estesi oltre il 2100 delineano uno scenario più preoccupante: in alcuni modelli, soprattutto ad alte emissioni, la convezione profonda nei mari nordici cessa durante il XXII secolo e la parte settentrionale dell’AMOC si spegne. Il rischio di un cambiamento molto forte aumenta quindi sulle scale temporali pluricentenarie, anche qualora un collasso non si verificasse entro il 2100.

Le previsioni di un collasso imminente

Nel 2023 uno studio statistico molto discusso stimò che una transizione critica potesse verificarsi, nello scenario di emissioni allora seguito, fra il 2037 e il 2109, con il valore più probabile intorno alla metà del secolo. La previsione era basata sulle variazioni della temperatura nell’Atlantico subpolare, utilizzate come sostituto della forza dell’AMOC.

La ricerca attirò grande attenzione, ma fu contestata perché assumeva che quell’indicatore rappresentasse fedelmente l’intera circolazione e che l’AMOC si comportasse come un sistema semplice vicino a una particolare biforcazione matematica. Analisi successive hanno concluso che le incertezze strutturali, statistiche e osservative sono troppo grandi per assegnare oggi una data attendibile al possibile tipping.

Nel 2024 un esperimento con un modello fisico ha comunque identificato un indicatore di allerta legato al trasporto di acqua dolce nell’Atlantico meridionale, mostrando che il sistema simulato si dirigeva verso una soglia critica. Il risultato conferma che il collasso è fisicamente possibile, non che sia già stato osservato o che possa essere datato con precisione.

Il percorso della Corrente del Golfo come segnale d’allarme

Una ricerca del 2026 ha esaminato il modo in cui il percorso della Corrente del Golfo potrebbe reagire a un forte indebolimento dell’AMOC. Nel modello, la corrente vicino a Capo Hatteras si spostava gradualmente verso nord e subiva poi un salto di 219 chilometri in due anni, circa venticinque anni prima del collasso simulato.

Le osservazioni satellitari dal 1993 al 2024 e quelle delle temperature subsuperficiali dal 1965 mostrano effettivamente uno spostamento verso nord in quella regione. Gli autori lo interpretano come possibile evidenza indiretta di indebolimento dell’AMOC. Ma il collegamento è stato ricavato da una specifica simulazione: il percorso della corrente dipende anche dai venti, dalla topografia, dai vortici e dalla variabilità atmosferica. Lo spostamento osservato non è quindi, da solo, la prova che il sistema sia prossimo al collasso.

Che cosa accadrebbe all’Europa

Un rallentamento dell’AMOC ridurrebbe il calore trasportato verso l’Atlantico settentrionale. Ciò non significa che l’Europa entrerà necessariamente in un’era glaciale: il riscaldamento provocato dai gas serra continuerebbe ad agire. In molti scenari, l’Europa si riscalderebbe comunque, ma meno rapidamente rispetto a quanto avverrebbe con una circolazione invariata. Un collasso avrebbe invece effetti regionali molto più drastici, soprattutto nell’Europa nordoccidentale e sull’Atlantico settentrionale.

Le conseguenze non riguarderebbero soltanto le temperature. Potrebbero cambiare la posizione delle correnti a getto e delle traiettorie delle perturbazioni, la distribuzione delle precipitazioni europee e africane, la fascia delle piogge tropicali e alcuni sistemi monsonici. Una circolazione più debole tenderebbe inoltre ad aumentare il livello marino dinamico lungo la costa orientale degli Stati Uniti.

Anche gli ecosistemi marini ne risentirebbero. Cambiamenti nella temperatura, nella salinità e nella risalita dei nutrienti modificherebbero la produttività biologica, la distribuzione delle specie e l’assorbimento oceanico del carbonio. Gli effetti sarebbero differenti da regione a regione e potrebbero interagire con acidificazione, riscaldamento e perdita di ossigeno già in corso.

La previsione più realistica

La previsione più solida non è che la Corrente del Golfo si fermerà improvvisamente. È che l’AMOC si indebolirà, forse in misura notevole, mentre la Corrente del Golfo continuerà a esistere ma potrà cambiare intensità, posizione, trasporto di calore e variabilità.

Entro il 2100 è plausibile una riduzione compresa fra alcune decine di punti percentuali e circa la metà della forza preindustriale. Il collasso completo durante questo secolo rimane incerto e non rappresenta oggi lo scenario centrale della valutazione IPCC; non può però essere escluso con sicurezza, soprattutto su tempi più lunghi e in presenza di emissioni elevate.

La principale incertezza non costituisce un motivo per attendere. L’AMOC reagisce lentamente e può continuare a indebolirsi molto tempo dopo la stabilizzazione delle temperature. Ridurre rapidamente le emissioni limita sia la forza del riscaldamento sia la velocità con cui l’Atlantico viene sottoposto a calore e acqua dolce. Non garantisce che ogni cambiamento venga evitato, ma riduce la probabilità di spingere il sistema verso configurazioni difficili o impossibili da invertire.

Bibliografia di riferimento

  1. Volkov D.L., Smith R.H., Garcia R.F. et al. Florida Current transport observations reveal four decades of steady state. Nature Communications. 2024;15:7780. DOI: 10.1038/s41467-024-51879-5.
  2. McCarthy G.D., Hug G., Smeed D.A., Morris K.J., Moat B.I. Signal and noise in the Atlantic Meridional Overturning Circulation at 26°N. Geophysical Research Letters. 2025;52:e2025GL115055. DOI: 10.1029/2025GL115055.
  3. Xing Q., Elipot S., Johns W.E., Smeed D.A., Moat B.I., Loder J.W. Meridionally consistent decline in the observed western boundary contribution to the Atlantic Meridional Overturning Circulation. Science Advances. 2026;12:eadz7738. DOI: 10.1126/sciadv.adz7738.
  4. Fox A.D., Fraser N.J., Burmeister K. et al. The Scotland–Canada overturning array: twenty years of meridional overturning in the subpolar North Atlantic. Ocean Science. 2026;22:1439-1456. DOI: 10.5194/os-22-1439-2026.
  5. Terhaar J., Vogt L., Foukal N.P. Atlantic overturning inferred from air-sea heat fluxes indicates no decline since the 1960s. Nature Communications. 2025;16:222. DOI: 10.1038/s41467-024-55297-5.
  6. Portmann V., Swingedouw D., Khattab O., Chavent M. et al. Observational constraints project a ~50% AMOC weakening by the end of this century. Science Advances. 2026;12:eadx4298. DOI: 10.1126/sciadv.adx4298.
  7. Baker J.A., Bell M.J., Jackson L.C., Vallis G.K., Watson A.J., Wood R.A. Continued Atlantic overturning circulation even under climate extremes. Nature. 2025;638:987-994. DOI: 10.1038/s41586-024-08544-0.
  8. van Westen R.M., Dijkstra H.A. Abrupt Gulf Stream path changes are a precursor to a collapse of the Atlantic Meridional Overturning Circulation. Communications Earth & Environment. 2026;7:197. DOI: 10.1038/s43247-026-03309-1.
  9. Ditlevsen P., Ditlevsen S. Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic Meridional Overturning Circulation. Nature Communications. 2023;14:4254. DOI: 10.1038/s41467-023-39810-w.
  10. Ben-Yami M. et al. Uncertainties too large to predict tipping times of major Earth system components from historical data. Science Advances. 2024;10:eadl4841. DOI: 10.1126/sciadv.adl4841.
  11. Drijfhout S., Angevaare J.R., Mecking J., van Westen R.M., Rahmstorf S. Shutdown of northern Atlantic overturning after 2100 following deep mixing collapse in CMIP6 projections. Environmental Research Letters. 2025;20:094062. DOI: 10.1088/1748-9326/adfa3b.
  12. IPCC. Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Chapter 9 — Ocean, Cryosphere and Sea Level Change. Cambridge University Press, 2021.

Trending

Scopri di più da Egregore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere