Per oltre un secolo il leone delle caverne (Panthera spelaea) è stato uno degli animali simbolo del Pleistocene europeo. Le sue imponenti raffigurazioni nelle grotte di Chauvet e Lascaux testimoniano l’incontro tra i nostri antenati e uno dei più grandi predatori mai vissuti. Per lungo tempo, tuttavia, la sua storia evolutiva è stata ricostruita quasi esclusivamente attraverso l’analisi dei fossili: ossa, denti e caratteristiche anatomiche sembravano raccontare l’evoluzione di una specie relativamente uniforme, diffusa in gran parte dell’Eurasia.

Oggi questa visione cambia radicalmente grazie alla paleogenomica, la disciplina che studia il DNA recuperato da resti antichi. Un importante studio pubblicato sulla rivista Cell dimostra infatti che il leone delle caverne possedeva una storia evolutiva molto più articolata di quanto lasciassero immaginare i soli reperti fossili.

Quando il DNA sopravvive al tempo

Recuperare DNA da animali vissuti oltre centomila anni fa rappresenta una delle maggiori sfide della biologia moderna. Dopo la morte, infatti, il materiale genetico viene progressivamente degradato dall’acqua, dall’ossigeno, dai microrganismi e dalle variazioni di temperatura. Solo condizioni ambientali particolarmente favorevoli, come il permafrost o le grotte molto fredde e asciutte, consentono la conservazione di piccoli frammenti di DNA.

Negli ultimi quindici anni, tuttavia, lo sviluppo delle tecniche di sequenziamento ad alta processività (Next Generation Sequencing) e di sofisticati algoritmi bioinformatici ha rivoluzionato questo settore. Oggi è possibile ricostruire genomi antichi partendo da milioni di minuscoli frammenti, alcuni lunghi appena poche decine di basi.

Lo studio pubblicato su Cell ha analizzato reperti provenienti da numerose località dell’Eurasia, alcuni risalenti a oltre 100.000 anni fa, confrontandoli con genomi di leoni più recenti e con quelli delle popolazioni moderne di Panthera leo.

Un’unica specie? Non proprio

La sorpresa più importante riguarda la struttura genetica delle popolazioni.

I dati mostrano che i leoni delle caverne non costituivano una popolazione omogenea distribuita uniformemente dall’Europa fino alla Siberia. Al contrario, esistevano diversi gruppi geneticamente distinti che, nel corso di migliaia di anni, si espansero, entrarono in contatto e in alcuni casi sostituirono completamente altre popolazioni.

Questa dinamica ricorda quanto osservato anche in altre specie del Pleistocene, come mammut lanosi, bisonti, lupi e perfino gli esseri umani arcaici, nei quali le oscillazioni climatiche determinarono continue espansioni e contrazioni degli areali di distribuzione.

L’evoluzione, dunque, non procede necessariamente come una linea retta, ma assomiglia piuttosto a una rete complessa di popolazioni che si separano, si ricongiungono e talvolta scompaiono.

Il clima come motore dell’evoluzione

Durante il Pleistocene, iniziato circa 2,6 milioni di anni fa e terminato 11.700 anni fa, il pianeta attraversò numerosi cicli glaciali e interglaciali.

Enormi calotte di ghiaccio avanzavano e si ritiravano modificando profondamente gli ecosistemi. Le praterie si espandevano durante le fasi fredde, mentre le foreste riconquistavano terreno nei periodi più miti.

Questi cambiamenti obbligavano gli animali a migrare seguendo le proprie prede e le condizioni ambientali favorevoli.

Il nuovo studio suggerisce che proprio queste oscillazioni climatiche abbiano favorito ripetuti movimenti dei leoni delle caverne attraverso l’Eurasia, determinando sostituzioni genetiche e riorganizzazioni delle popolazioni. Alcuni lignaggi si estinsero, altri si diffusero rapidamente occupando territori lasciati liberi da popolazioni precedenti.

I fossili raccontano solo una parte della storia

L’aspetto forse più interessante dello studio è che molte delle differenze genetiche individuate non erano riconoscibili osservando esclusivamente lo scheletro.

Animali molto simili dal punto di vista anatomico possono infatti appartenere a popolazioni profondamente differenti sotto il profilo genetico.

Questo rappresenta uno dei maggiori contributi della paleogenomica alla biologia evoluzionistica: integrare le informazioni morfologiche con quelle molecolari permette di ricostruire eventi demografici, migrazioni e relazioni di parentela che resterebbero completamente invisibili nei reperti fossili.

In altre parole, il DNA aggiunge una dimensione temporale e genealogica che la sola anatomia non è in grado di fornire.

Perché il leone delle caverne scomparve?

Panthera spelaea si estinse circa 13-14 mila anni fa, al termine dell’ultima glaciazione.

Le cause dell’estinzione sono probabilmente molteplici. La riduzione delle grandi praterie fredde, la diminuzione delle grandi prede erbivore e la crescente pressione esercitata dalle popolazioni umane potrebbero aver agito contemporaneamente.

Il nuovo studio non risolve definitivamente questo interrogativo, ma dimostra come la specie fosse già stata sottoposta, nel corso della sua storia, a numerose riorganizzazioni demografiche legate ai cambiamenti climatici. L’ultima grande transizione ambientale potrebbe aver rappresentato un punto di non ritorno per popolazioni già geneticamente frammentate.

La paleogenomica cambia il nostro modo di studiare il passato

Negli ultimi anni il recupero del DNA antico ha rivoluzionato lo studio dell’evoluzione. Oggi non riguarda più soltanto Neanderthal e Denisoviani, ma anche mammut, cavalli, lupi, orsi delle caverne, bisonti e numerose altre specie estinte.

Queste ricerche mostrano che la biodiversità del passato era molto più dinamica di quanto si immaginasse. Le popolazioni si spostavano continuamente seguendo il clima, si isolavano, si mescolavano e talvolta scomparivano senza lasciare tracce evidenti nella morfologia.

Naturalmente, gli stessi autori sottolineano alcuni limiti dello studio. Il DNA antico è spesso frammentario e non sempre ben conservato; inoltre, i campioni disponibili provengono da aree geografiche ancora incomplete. È quindi possibile che future scoperte modifichino ulteriormente il quadro evolutivo del leone delle caverne.

Ciò nonostante, il lavoro rappresenta un importante passo avanti nella comprensione della megafauna del Pleistocene e conferma come la paleogenomica stia diventando uno degli strumenti più potenti per ricostruire la storia della vita sulla Terra.

Ogni nuovo frammento di DNA recuperato da un fossile non racconta soltanto la vicenda di una specie scomparsa, ma contribuisce a comprendere i meccanismi con cui il clima, l’ambiente e l’evoluzione hanno modellato la biodiversità che osserviamo ancora oggi.

Bibliografia

  • Cell. Studio sul genoma antico del leone delle caverne (Panthera spelaea) e sulla struttura delle popolazioni eurasiatiche (2026).
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  • Slatkin M., Racimo F. Ancient DNA and human history. Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). 2016.
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