Più che una sconfitta militare, Caporetto fu una crisi dello Stato, dell’esercito e della coscienza nazionale. Ma proprio da quella catastrofe nacque l’Italia che un anno dopo avrebbe vinto a Vittorio Veneto.

Poche parole della storia italiana hanno assunto un valore simbolico tanto forte quanto Caporetto. Ancora oggi il termine viene utilizzato come sinonimo di disastro, crollo improvviso, fallimento totale. Eppure la dodicesima battaglia dell’Isonzo, combattuta tra il 24 ottobre e il 19 novembre 1917, rappresenta molto più di una semplice sconfitta militare. Essa segnò il punto più basso della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale, ma divenne anche l’origine di una profonda trasformazione dell’esercito e dello Stato che avrebbe consentito, appena un anno più tardi, la vittoria finale.

Caporetto dimostra come, nella storia, le sconfitte possano diventare occasioni di rinnovamento. Il collasso del fronte italiano mise infatti in luce limiti strategici, organizzativi e politici che erano maturati negli anni precedenti e che non potevano più essere ignorati.

L’Italia dopo due anni di guerra

Quando iniziò la battaglia, l’Italia combatteva ormai da quasi due anni. Entrata nel conflitto nel maggio 1915 contro l’Impero austro-ungarico, aveva tentato ripetutamente di sfondare il fronte dell’Isonzo.

Tra il 1915 e l’estate del 1917 il generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore, aveva ordinato undici offensive. Nonostante enormi sacrifici, gli avanzamenti erano stati limitati. Soltanto nell’agosto del 1917, con la conquista dell’altopiano della Bainsizza durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo, l’esercito italiano aveva ottenuto un successo tattico importante, ma pagato con perdite elevatissime.

L’esercito risultava ormai stremato. Molte divisioni erano prive di adeguati rincalzi, i soldati combattevano da mesi in condizioni durissime, il morale era in calo e la logistica faticava a sostenere uno sforzo bellico continuo.

Anche l’Impero austro-ungarico attraversava una grave crisi. Le perdite subite sull’Isonzo avevano convinto Vienna a chiedere aiuto alla Germania, che decise di intervenire con proprie divisioni d’élite per eliminare il fronte italiano come fattore di instabilità.

La nuova guerra d’infiltrazione

L’attacco austro-tedesco iniziò all’alba del 24 ottobre 1917.

Per la prima volta sul fronte italiano venne impiegata su larga scala una tattica completamente diversa da quella delle tradizionali offensive di logoramento. Le truppe tedesche, guidate dal generale Otto von Below, utilizzarono i cosiddetti Stosstruppen, piccoli reparti d’assalto addestrati a infiltrarsi rapidamente nei punti deboli dello schieramento nemico, evitando gli ostacoli più resistenti e penetrando in profondità.

L’offensiva fu preceduta da un bombardamento estremamente intenso con proiettili convenzionali e gas asfissianti. La nebbia mattutina della valle dell’Isonzo contribuì a nascondere i movimenti degli attaccanti.

L’obiettivo non era distruggere ogni posizione italiana, ma spezzare il sistema di comando, interrompere le comunicazioni e provocare il collasso dell’intero dispositivo difensivo.

Fu una concezione della guerra moderna che anticipava, per molti aspetti, le future tattiche di guerra di movimento del Novecento.

Perché il fronte crollò

Per molto tempo la storiografia italiana attribuì la disfatta principalmente alla presunta codardia dei soldati. Oggi questa interpretazione è considerata riduttiva.

Le cause del crollo furono molteplici.

Anzitutto, il comando italiano sottovalutò la preparazione dell’offensiva nemica. Le informazioni raccolte dai servizi d’intelligence non furono adeguatamente valorizzate e le linee difensive non vennero predisposte secondo il principio della difesa elastica che già altre potenze stavano adottando.

In secondo luogo, la concezione strategica di Cadorna rimaneva fortemente centralizzata. Gli ordini lasciavano poca autonomia ai comandanti subordinati, rendendo difficile reagire rapidamente all’evoluzione della situazione.

Anche il sistema delle comunicazioni cedette quasi subito. Telefoni e collegamenti telegrafici vennero interrotti dall’artiglieria, mentre molti ordini arrivavano in ritardo oppure non raggiungevano affatto le unità impegnate.

Infine, le condizioni morali dell’esercito erano estremamente difficili. Dopo due anni di guerra, centinaia di migliaia di uomini erano esausti, malnutriti e psicologicamente provati.

La combinazione di questi fattori produsse il collasso del fronte.

La ritirata

Lo sfondamento avvenne nella zona di Caporetto, oggi Kobarid, in Slovenia.

In pochi giorni le linee italiane cedettero su un fronte amplissimo. L’esercito iniziò una ritirata che assunse rapidamente dimensioni gigantesche.

Le truppe ripiegarono prima verso il Tagliamento e successivamente fino al Piave.

Furono abbandonati enormi quantitativi di materiali militari: artiglierie, munizioni, carri, viveri e mezzi di trasporto.

Intere colonne di civili seguirono i soldati in fuga. Migliaia di famiglie lasciarono le proprie case nel Friuli e nel Veneto orientale temendo l’occupazione austro-tedesca.

Le cifre della disfatta impressionano ancora oggi.

L’esercito italiano perse circa 13.000 caduti, oltre 30.000 feriti, circa 265.000 prigionieri e quasi 350.000 sbandati. Vennero inoltre perduti oltre 3.000 cannoni, migliaia di mitragliatrici e grandi quantità di equipaggiamenti.

Si trattò della più grave sconfitta militare della storia italiana contemporanea.

La fine dell’era Cadorna

La responsabilità politica e militare della disfatta ricadde soprattutto sul generale Luigi Cadorna.

Pur riconoscendo l’efficacia della preparazione austro-tedesca, il governo e gli Alleati giudicarono ormai superata la sua concezione del comando.

Il 9 novembre 1917 Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz.

Il cambiamento non riguardò soltanto il vertice militare.

Diaz modificò profondamente il rapporto tra esercito e soldati.

L’addestramento divenne più realistico, furono migliorati i turni di riposo, aumentarono le licenze, venne rafforzata l’assistenza sanitaria e alimentare e si sviluppò una nuova attenzione al morale delle truppe.

Anche la propaganda cambiò tono. Mentre Cadorna aveva fatto largo uso della disciplina e della repressione, Diaz cercò di motivare i soldati presentando la guerra come difesa della patria invasa.

Il Piave e la rinascita

La ritirata si arrestò lungo il Piave e sul massiccio del Monte Grappa.

Qui l’esercito italiano riuscì finalmente a organizzare una linea difensiva stabile.

Gli Alleati inviarono rapidamente rinforzi francesi e britannici, dimostrando che l’Italia continuava a essere considerata un elemento essenziale dell’Intesa.

Nel giugno 1918 gli austro-ungarici tentarono un’ultima grande offensiva, passata alla storia come battaglia del Solstizio.

Essa fallì completamente.

Da quel momento l’iniziativa passò definitivamente all’Italia.

Il 24 ottobre 1918, esattamente un anno dopo Caporetto, iniziò la battaglia di Vittorio Veneto, che provocò il crollo dell’Impero austro-ungarico e portò all’armistizio di Villa Giusti del 4 novembre.

La guerra terminava là dove, un anno prima, sembrava essersi consumata la fine dello Stato italiano.

Le conseguenze politiche

Caporetto produsse effetti profondissimi.

Sul piano politico provocò la caduta del governo Boselli e la nascita del governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando, destinato a condurre il Paese fino alla conclusione della guerra.

Sul piano militare favorì una completa riorganizzazione dell’esercito.

Sul piano sociale accelerò la mobilitazione dell’intera popolazione civile.

Industria, agricoltura, trasporti e amministrazione vennero coinvolti sempre più direttamente nello sforzo bellico.

Nacque così una moderna organizzazione della “guerra totale”, nella quale fronte militare e società civile divennero strettamente interdipendenti.

Il mito di Caporetto

Nel dopoguerra Caporetto entrò nella memoria collettiva italiana come simbolo della disfatta.

Il fascismo trasformò invece Vittorio Veneto nel mito fondativo della vittoria nazionale, relegando Caporetto a una parentesi da dimenticare.

La storiografia più recente ha superato entrambe le interpretazioni.

Storici come Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Nicola Labanca e Marco Mondini hanno mostrato come la sconfitta non possa essere spiegata attraverso la ricerca di un singolo colpevole.

Caporetto fu il risultato dell’incontro tra un’offensiva tecnologicamente innovativa e un esercito logorato da due anni di guerra, guidato secondo principi ormai superati.

Proprio la capacità di imparare da quella catastrofe rese possibile la vittoria del 1918.

Il significato storico

Caporetto rappresenta una delle grandi lezioni della storia italiana.

Dimostra che gli Stati non vengono messi alla prova soltanto nelle vittorie, ma soprattutto nella capacità di reagire alle sconfitte.

Il Regno d’Italia sembrò vicino al collasso nell’autunno del 1917. Eppure seppe ricostruire il proprio esercito, riformarne il comando, rinsaldare il rapporto tra istituzioni e cittadini e ritrovare la fiducia necessaria per continuare la guerra.

Per questo motivo Caporetto non è soltanto il nome di una disfatta.

È anche il punto di svolta dal quale prese avvio la rinascita dell’Italia durante la Prima guerra mondiale.

Bibliografia essenziale

Fonti

  • Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana fino all’arresto sulla linea del Piave, Milano, Treves, 1921.
  • Armando Diaz, Memorie, Milano, Mondadori, varie edizioni.

Studi

  • Mario Isnenghi, Caporetto, Il Mulino, Bologna.
  • Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Il Mulino.
  • Giorgio Rochat, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Laterza.
  • Nicola Labanca, La guerra italiana per la pace. 1915-1918, Il Mulino.
  • Marco Mondini, Il Capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna, Il Mulino.
  • John Schindler, Isonzo. The Forgotten Sacrifice of the Great War, Praeger.
  • Holger Herwig, The First World War. Germany and Austria-Hungary 1914-1918, Bloomsbury.
  • Hew Strachan, The First World War, Penguin Books.

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