Dal 1990 al 2023 l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta più rapidamente degli anni vissuti in buona salute. Il risultato è un divario di morbilità di quasi undici anni, alimentato soprattutto da dolore cronico, disturbi mentali, deficit sensoriali e altre condizioni invalidanti che accompagnano l’intera età adulta.

La longevità è uno dei successi più evidenti della medicina moderna e della sanità pubblica. Vaccinazioni, antibiotici, miglioramento delle condizioni igieniche, riduzione della mortalità infantile e trattamento delle malattie cardiovascolari hanno consentito a miliardi di persone di vivere più a lungo rispetto alle generazioni precedenti.

Ma la durata della vita non coincide necessariamente con la durata della salute.

Un’analisi sistematica pubblicata nel luglio 2026 su The Lancet Public Health mostra che, quasi ovunque nel mondo, il numero degli anni trascorsi con malattie, disabilità o limitazioni funzionali sta aumentando. Lo studio, coordinato dall’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington nell’ambito del Global Burden of Disease Study 2023, ha esaminato 204 Paesi e territori tra il 1990 e il 2023. Il gruppo ha confrontato l’aspettativa di vita totale con l’aspettativa di vita corretta per la salute, costruendo quello che gli autori chiamano divario di morbilità.

Nel 1990 una persona nata nel mondo poteva aspettarsi di vivere mediamente 64,6 anni, dei quali circa 55,9 in buona salute. Nel 2023 l’aspettativa di vita era salita a 73,8 anni e quella in buona salute a 63,1. Sono dunque aumentate entrambe: circa 9,2 anni di vita complessiva e 7,2 anni di vita sana. Il problema è che la prima è cresciuta più rapidamente della seconda.

La differenza fra i due indicatori è passata da 8,8 anni nel 1990 a 10,7 nel 2023: un aumento di 1,9 anni, pari al 21,9 per cento. La quota dell’esistenza trascorsa in condizioni di salute non piena è così salita dal 13,6 al 14,5 per cento. Le stime puntuali indicano un allargamento del divario in 203 dei 204 Paesi e territori esaminati.

Che cosa misura davvero il divario

Il divario di morbilità viene calcolato sottraendo dall’aspettativa di vita l’aspettativa di vita in buona salute, indicata con la sigla inglese HALE, health-adjusted life expectancy.

L’aspettativa di vita tradizionale misura quanti anni potrebbe vivere mediamente una persona se i tassi di mortalità osservati in un determinato periodo rimanessero costanti. La HALE corregge questo valore tenendo conto della prevalenza e della gravità delle malattie e delle disabilità presenti nelle diverse fasce di età.

Per compiere questa correzione, il Global Burden of Disease attribuisce ai diversi stati di salute un “peso di disabilità”, compreso fra zero, corrispondente alla piena salute, e uno, equivalente alla morte. Una forma lieve di perdita uditiva pesa quindi meno di una grave demenza o di una paralisi estesa. Combinando questi pesi con i dati relativi alla diffusione delle patologie si ottiene una stima degli anni vissuti in condizioni inferiori alla salute completa.

Gli 10,7 anni del divario globale non devono perciò essere interpretati come un periodo continuo e perfettamente delimitato alla fine della vita. Non significano che una persona rimanga sana fino a un determinato compleanno e, da quel momento, trascorra esattamente un decennio gravemente malata.

Si tratta di un valore sintetico: esprime l’equivalente medio degli anni di salute perduti a causa di condizioni che possono essere lievi o gravi, intermittenti o permanenti, presenti in momenti differenti dell’esistenza. Un mal di schiena cronico a quarant’anni, un disturbo depressivo a cinquanta e una riduzione dell’udito a settanta contribuiscono tutti allo stesso indicatore.

L’ipotesi della compressione della morbilità

Nel 1980 il medico statunitense James Fries formulò la teoria della compressione della morbilità. Secondo questa ipotesi, la prevenzione e il miglioramento delle cure avrebbero potuto ritardare l’insorgenza delle malattie croniche più di quanto riuscissero a posticipare la morte.

In uno scenario ideale, le persone avrebbero vissuto più a lungo rimanendo sane per gran parte dell’esistenza; malattia e disabilità si sarebbero concentrate in un intervallo relativamente breve vicino alla fine della vita.

La nuova analisi non mostra una compressione su scala globale. Rivela, al contrario, un’espansione della morbilità: la sopravvivenza è migliorata più velocemente della salute.

Ciò non rende inutili i progressi ottenuti. Vivere nove anni in più, sette dei quali in buona salute, rappresenta un risultato enorme. Il dato mette però in discussione l’idea secondo cui ridurre la mortalità conduca automaticamente a un invecchiamento più sano.

Salvare una persona da un infarto, controllare una malattia metabolica o trasformare una patologia un tempo rapidamente letale in una condizione cronica sono successi indiscutibili. Ma possono anche aumentare il numero degli anni nei quali quella persona necessita di cure, riabilitazione, farmaci o assistenza. Il compito della medicina non può quindi esaurirsi nel rinviare la morte: deve preservare mobilità, autonomia, capacità sensoriali, salute mentale e partecipazione sociale.

La malattia non comincia necessariamente nella vecchiaia

Uno dei risultati più significativi dello studio riguarda la distribuzione della morbilità nel corso della vita. La perdita di salute non appare confinata agli ultimissimi anni, ma si accumula lungo l’età adulta.

La persona che a settantacinque anni presenta più patologie croniche può avere iniziato il proprio percorso di perdita della salute molti decenni prima. Sovrappeso, iperglicemia, disturbi dell’umore, dolore muscolo-scheletrico, problemi visivi e uditivi possono comparire già nella prima o nella media età adulta, diventando progressivamente più gravosi.

L’aumento del divario osservato nelle differenti fasce di età indica che il problema non può essere affrontato esclusivamente attraverso la geriatria. È necessario intervenire prima che il danno si accumuli, mediante prevenzione, diagnosi tempestiva, promozione dell’attività fisica, salute occupazionale, accesso alle cure psicologiche e controllo dei fattori metabolici.

La prospettiva dell’intero corso della vita modifica anche il significato dell’invecchiamento sano. Non si tratta soltanto di curare meglio gli anziani, ma di evitare che quaranta o cinquant’anni di esposizioni, disuguaglianze e patologie non trattate producano una vecchiaia caratterizzata da fragilità e dipendenza.

Le condizioni che consumano la salute

A determinare il divario globale non sono soltanto le malattie che occupano le prime posizioni nelle classifiche della mortalità. Una parte consistente è attribuibile a condizioni che raramente provocano direttamente la morte, ma possono limitare per molti anni la vita quotidiana.

Cinque grandi gruppi — disturbi muscolo-scheletrici, disturbi mentali, malattie degli organi di senso, lesioni accidentali e altre patologie non trasmissibili — rappresentavano complessivamente il 57,4 per cento del divario globale nel 2023.

Al primo posto si trovano le patologie muscolo-scheletriche, con un ruolo centrale del dolore lombare. Il mal di schiena può sembrare meno drammatico di un tumore o di un ictus, ma costituisce una delle principali cause mondiali di limitazione funzionale. Riduce la capacità di lavorare, muoversi, dormire e partecipare alle attività sociali. Può durare anni e alimentare sedentarietà, isolamento, uso prolungato di analgesici e perdita di autonomia.

Seguono i disturbi mentali, in particolare depressione e ansia. Anche queste condizioni presentano una mortalità diretta relativamente bassa rispetto alle malattie cardiovascolari, ma possono compromettere profondamente le relazioni, il lavoro, la cura di sé e la capacità di affrontare altre patologie.

La perdita dell’udito e della vista costituisce un’altra componente importante. I deficit sensoriali vengono talvolta considerati conseguenze inevitabili dell’età, mentre possono contribuire a isolamento, cadute, riduzione delle capacità cognitive e perdita dell’indipendenza.

Fra le lesioni accidentali spiccano le cadute. Una frattura nell’anziano può innescare una sequenza di immobilità, perdita di massa muscolare, paura di camminare, riduzione dell’autosufficienza e necessità di assistenza.

Malattie cardiovascolari, diabete, patologie neurologiche e altre condizioni croniche contribuiscono anch’esse al divario. I progressi terapeutici ne hanno spesso ridotto la letalità, senza però eliminarne interamente le conseguenze funzionali.

Il paradosso dei Paesi più ricchi

Il divario tende a essere maggiore nei Paesi ad alto reddito, dove anche l’aspettativa di vita è più elevata. Nel 2023 la super-regione ad alto reddito presentava mediamente circa 12,7 anni di morbilità, contro circa nove nell’Africa subsahariana.

Gli Stati Uniti registravano il valore nazionale più elevato, con circa 14 anni, seguiti dall’Australia con 13,9 e dal Canada con 13,7.

Questa geografia non significa che le popolazioni dei Paesi poveri siano più sane. Un divario relativamente ridotto può dipendere dal fatto che molte persone muoiono prima di raggiungere le età nelle quali le patologie croniche e degenerative diventano più frequenti.

Nei Paesi più ricchi, invece, le persone sopravvivono più a lungo a infarti, tumori, diabete, insufficienza renale e malattie neurologiche. La medicina riesce a impedire o posticipare la morte, ma non sempre a ripristinare completamente lo stato di salute.

È quindi un paradosso soltanto apparente. Le società longeve devono affrontare una fase ulteriore della transizione epidemiologica: dopo avere ridotto la morte prematura, devono ridurre la disabilità prolungata.

Il dato italiano

Per l’Italia, lo studio stima nel 2023 un divario di morbilità pari a circa 11,8 anni. Il valore è superiore alla media mondiale, ma coerente con la posizione del Paese fra le popolazioni più longeve.

Il dato non costituisce una misura diretta della qualità del Servizio sanitario nazionale e non permette, da solo, di stabilire se gli italiani stiano peggio rispetto ad altre popolazioni. Riflette contemporaneamente longevità, diffusione delle patologie, gravità delle disabilità e struttura demografica.

Indica però che l’elevata aspettativa di vita italiana non può essere considerata un risultato sufficiente. L’obiettivo deve essere ridurre gli anni segnati da dolore, fragilità, limitazioni sensoriali, disturbi mentali e perdita dell’autonomia.

Per un Paese caratterizzato da un rapido invecchiamento demografico, ciò implica investire non soltanto negli ospedali e nelle terapie acute, ma anche nella medicina territoriale, nella riabilitazione, nell’assistenza domiciliare, nella prevenzione delle cadute e nella continuità delle cure.

Donne più longeve, ma più a lungo malate

L’analisi conferma anche il cosiddetto paradosso di genere della salute. Nel 2023 il divario globale era di circa 12,1 anni per le donne e 9,3 per gli uomini.

Le donne vivono mediamente più a lungo, ma trascorrono anche più anni con condizioni invalidanti. Il modello si osserva nei diversi livelli di sviluppo socioeconomico.

Le cause sono molteplici. Intervengono differenze biologiche, maggiore sopravvivenza femminile, diversa esposizione ai rischi, disuguaglianze sociali, carichi di cura e sottodiagnosi di alcune condizioni. Dolore muscolo-scheletrico, depressione, cefalea e malattie neurodegenerative esercitano inoltre un peso particolarmente elevato sulle donne.

Il dato mostra perché una politica sanitaria concentrata unicamente sulla mortalità possa produrre un’immagine incompleta: gli uomini tendono a morire prima per diverse patologie, mentre le donne sopportano più a lungo le conseguenze non fatali della malattia.

I rischi su cui intervenire

Tra i principali fattori associati alla perdita di salute figurano elevata glicemia a digiuno, indice di massa corporea elevato, fumo, malnutrizione materno-infantile e inquinamento atmosferico. L’importanza relativa dei rischi cambia però fra regioni e livelli di reddito.

Nei Paesi più ricchi assumono particolare rilievo obesità, sedentarietà, disturbi metabolici, consumo di tabacco e sostanze. In altre aree persistono malnutrizione, carenze di micronutrienti e accesso insufficiente ai servizi sanitari.

La prevenzione del divario non coincide quindi con un’unica campagna o un solo farmaco. Richiede politiche che agiscano contemporaneamente sugli stili di vita, sull’ambiente, sul lavoro, sull’istruzione e sull’accessibilità delle cure.

Dalla sopravvivenza alla funzione

Lo studio indica tre grandi direttrici per la sanità dei prossimi decenni.

La prima è ritardare l’insorgenza della disabilità. Ciò significa prevenire e controllare precocemente diabete, obesità, ipertensione e malattie cardiovascolari, ma anche ridurre il dolore cronico e conservare forza muscolare, equilibrio e mobilità.

La seconda è potenziare la riabilitazione. Dopo un ictus, una frattura, un intervento chirurgico o una lunga ospedalizzazione, il recupero funzionale non dovrebbe essere considerato un servizio accessorio. Può stabilire se una persona tornerà autonoma oppure vivrà per anni con una disabilità evitabile.

La terza è garantire un accesso più ampio alla salute mentale. Depressione e ansia compaiono fra i maggiori responsabili degli anni vissuti in cattiva salute, ma in molti sistemi sanitari restano sottofinanziate e trattate con ritardo.

A queste direttrici si aggiungono lo screening e la correzione dei deficit dell’udito e della vista, la prevenzione delle cadute, l’adattamento delle abitazioni e la gestione integrata delle persone con più patologie.

I limiti dell’indicatore

Le stime del Global Burden of Disease non derivano dal monitoraggio diretto di ogni individuo. Integrano registri sanitari, indagini epidemiologiche, dati amministrativi e modelli statistici. Nei Paesi nei quali le informazioni sono scarse, l’incertezza è necessariamente maggiore.

La HALE dipende inoltre dai pesi attribuiti ai diversi stati di disabilità. Questi consentono di confrontare patologie molto diverse, ma implicano valutazioni sulla gravità relativa delle condizioni e non possono rappresentare perfettamente l’esperienza personale di ogni paziente.

Un valore nazionale medio può nascondere differenze profonde fra regioni, classi sociali, livelli di istruzione e gruppi professionali. Due Paesi con lo stesso divario possono inoltre presentare combinazioni molto diverse di malattie e disabilità.

Infine, la scomposizione per cause e fattori di rischio indica quali condizioni contribuiscano statisticamente alla perdita di salute, ma non dimostra automaticamente quanto il divario diminuirebbe eliminando un singolo fattore. Le patologie croniche sono spesso interconnesse e condividono determinanti biologici e sociali.

Misurare non soltanto quanto, ma come viviamo

Per oltre un secolo il successo sanitario è stato misurato principalmente attraverso la riduzione dei decessi e l’aumento dell’aspettativa di vita. Era una scelta comprensibile in un mondo nel quale infezioni, mortalità infantile e malattie acute uccidevano prematuramente una parte enorme della popolazione.

Oggi quel risultato deve essere completato da un obiettivo più esigente. Non basta aggiungere anni alla vita: occorre aggiungere salute agli anni.

Il nuovo studio non dice che i progressi della medicina abbiano peggiorato l’esistenza. Mostra che il loro successo nel prolungare la sopravvivenza non è stato accompagnato da un miglioramento altrettanto rapido della salute funzionale.

La vera frontiera della longevità non consiste dunque nel raggiungere un’età sempre più avanzata conservando per decenni malattie e disabilità. Consiste nel rinviare la fragilità, ridurre il dolore, tutelare la mente e i sensi e permettere alle persone di rimanere autonome.

Una società longeva può dirsi realmente più sana soltanto quando l’aumento della durata della vita smette di tradursi nell’espansione del tempo trascorso nella malattia.

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