Un vaccino somministrato durante la gravidanza potrebbe offrire al bambino una protezione contro lo streptococco di gruppo B proprio nel periodo in cui è più vulnerabile. Un trial randomizzato di fase 1/2 pubblicato su Nature Medicine mostra risultati incoraggianti per GBS6, vaccino coniugato esavalente capace di indurre anticorpi materni che attraversano la placenta. Ma immunogenicità non significa ancora efficacia clinica: la prova decisiva sarà dimostrare una riduzione delle infezioni invasive nei neonati.

Esiste una finestra particolarmente delicata nella vita di un essere umano: i primi mesi dopo la nascita, quando il sistema immunitario è ancora immaturo e alcune infezioni batteriche possono evolvere rapidamente verso quadri molto gravi. Fra i microrganismi più importanti in questo contesto vi è Streptococcus agalactiae, più comunemente conosciuto come streptococco di gruppo B, o GBS (Group B Streptococcus).

Il batterio può essere presente senza provocare sintomi nell’apparato gastrointestinale o genitale della donna. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che in molti contesti sia colonizzato dal 10 al 30% circa delle donne in gravidanza. Per il neonato, tuttavia, l’incontro con il microrganismo può avere conseguenze ben diverse: il GBS è infatti una delle principali cause di sepsi, polmonite e meningite nei neonati e nei bambini nei primi mesi di vita.

Anche il Giornale dei Biologi annovera gli streptococchi di gruppo B fra i batteri capaci di provocare meningite nelle categorie maggiormente vulnerabili, tra le quali figurano proprio neonati e donne in gravidanza.

Da qui nasce una strategia apparentemente paradossale ma immunologicamente molto razionale: per vaccinare indirettamente il bambino, si vaccina la madre durante la gravidanza.

Due diverse malattie nei primi tre mesi

La malattia invasiva da GBS nel bambino viene generalmente distinta in due forme sulla base del momento in cui compare. La forma a esordio precoce (early-onset disease) si manifesta nei primi sei giorni di vita, mentre quella tardiva (late-onset disease) compare dal settimo fino all’89° giorno.

La distinzione non è puramente cronologica. La profilassi antibiotica somministrata alla madre durante il travaglio può ridurre considerevolmente il rischio della malattia precoce, ma non offre una soluzione altrettanto efficace contro la forma tardiva. Secondo l’OMS, inoltre, questa strategia non previene le conseguenze del GBS associate alla gravidanza, come nati morti e parti prematuri.

Il problema assume dimensioni tutt’altro che marginali. L’OMS indica Streptococcus agalactiae come una delle principali cause mondiali di sepsi e meningite nei neonati e nei lattanti e considera da anni lo sviluppo di vaccini utilizzabili durante la gravidanza una priorità di sanità pubblica.

Nel quadro più generale delle meningiti batteriche, anche il Giornale dei Biologi ricorda che pneumococco, meningococco, Haemophilus influenzae e streptococco di gruppo B hanno contribuito in misura rilevante alla mortalità mondiale per meningite e che lo sviluppo della vaccinazione rappresenta uno dei principali strumenti di prevenzione.

GBS6: sei bersagli nello stesso vaccino

È in questo scenario che si colloca GBS6, il vaccino sperimentale studiato nel trial internazionale pubblicato il 28 luglio 2026 su Nature Medicine. Si tratta di un vaccino coniugato esavalente, progettato per generare una risposta immunitaria contro sei sierotipi di GBS.

Il principio dei vaccini coniugati è ormai ben consolidato. I polisaccaridi presenti sulla capsula batterica vengono associati a una proteina trasportatrice in modo da ottenere una risposta immunitaria più efficace e una robusta produzione di anticorpi.

Per GBS6 il bersaglio è particolarmente importante perché Streptococcus agalactiae non costituisce una popolazione antigenicamente uniforme. Esistono diversi sierotipi capsulari e un vaccino destinato a ottenere un’ampia copertura deve quindi affrontare il problema della loro variabilità.

La formulazione esavalente rappresenta proprio un tentativo di estendere la risposta immunitaria contemporaneamente a più sierotipi epidemiologicamente importanti.

Che cosa ha studiato il trial

Il lavoro pubblicato su Nature Medicine, coordinato da Shabir A. Madhi e collaboratori, è uno studio randomizzato di fase 1/2 che ha valutato GBS6 in donne non gravide, donne in gravidanza e nei bambini nati dalle partecipanti vaccinate.

In questa fase dello sviluppo clinico le domande principali non sono ancora quelle tipiche di un grande studio di efficacia. I ricercatori vogliono innanzitutto capire se il candidato vaccino presenti un profilo di sicurezza accettabile e, soprattutto, se sia capace di provocare la risposta immunitaria desiderata.

I risultati vanno precisamente in questa direzione.

Il vaccino è risultato generalmente ben tollerato e immunogenico e ha generato risposte anticorpali contro i sierotipi contenuti nella formulazione. L’aspetto forse più importante, considerando la futura applicazione, è però ciò che è avvenuto nei bambini: gli anticorpi specifici prodotti dalle donne vaccinate durante la gravidanza sono stati trasferiti alla prole.

È questo il passaggio biologico sul quale poggia l’intera strategia.

La placenta come ponte immunologico

Durante la gravidanza la madre trasferisce al feto immunoglobuline G attraverso la placenta. Il bambino nasce quindi con una dotazione di anticorpi materni che gli offre una forma di immunità passiva nei primi mesi della vita.

La vaccinazione materna sfrutta deliberatamente questo processo naturale.

Anziché attendere che il neonato sviluppi direttamente una risposta immunitaria dopo la nascita, si stimola il sistema immunitario materno affinché produca anticorpi specifici; questi attraversano la placenta e raggiungono il feto prima del parto.

L’obiettivo è particolarmente appropriato nel caso del GBS, perché il massimo rischio di malattia invasiva riguarda proprio una fase della vita nella quale vaccinare direttamente il bambino potrebbe essere troppo tardi. L’OMS indica infatti i bambini fino a tre mesi come la popolazione maggiormente esposta e descrive esplicitamente la vaccinazione materna come una strategia finalizzata a generare anticorpi capaci di attraversare la placenta e proteggere il neonato nei primi mesi.

In altre parole, la madre diventa temporaneamente il sistema di produzione degli anticorpi destinati a proteggere anche il figlio.

Un’idea già utilizzata in medicina

Il principio non è nuovo. La vaccinazione durante la gravidanza viene già utilizzata contro alcune malattie proprio allo scopo di proteggere contemporaneamente la donna e il bambino.

Ciò che rende particolarmente interessante un vaccino contro il GBS è la possibilità di intervenire su un’area nella quale la prevenzione attuale presenta ancora lacune.

Lo screening delle donne in gravidanza e la profilassi antibiotica intrapartum hanno prodotto importanti risultati contro la malattia GBS a esordio precoce. Ma richiedono sistemi sanitari capaci di effettuare screening, identificare le donne colonizzate e somministrare tempestivamente antibiotici durante il travaglio. La loro applicazione è quindi più difficile nei Paesi con minori risorse sanitarie. Inoltre, la profilassi intrapartum non risolve adeguatamente il problema della malattia tardiva.

Un vaccino materno efficace potrebbe quindi offrire una strategia preventiva complementare e potenzialmente applicabile su scala molto più ampia.

Immunogenicità ed efficacia non sono sinonimi

È però proprio a questo punto che occorre evitare una delle semplificazioni più frequenti nella comunicazione della ricerca biomedica.

Il trial non dimostra ancora che GBS6 prevenga la malattia invasiva nei neonati.

Dimostra qualcosa di diverso, anche se molto importante: il vaccino è in grado di provocare una risposta anticorpale e gli anticorpi prodotti dalla madre raggiungono il bambino.

Si tratta di un risultato di immunogenicità.

L’efficacia clinica richiede invece di dimostrare che, nelle condizioni reali, fra i bambini delle donne vaccinate si verifichino meno casi di sepsi, meningite o altre manifestazioni invasive da GBS rispetto ai controlli.

La differenza è fondamentale.

Un aumento degli anticorpi rappresenta un indicatore biologicamente plausibile di protezione, soprattutto perché studi precedenti hanno osservato una relazione inversa tra concentrazioni materne di anticorpi anti-capsulari e rischio di malattia invasiva nel bambino. Proprio questa associazione costituisce uno dei presupposti scientifici dello sviluppo dei vaccini coniugati contro il GBS.

Ma un correlato immunologico di protezione e un endpoint clinico non sono automaticamente equivalenti.

Una strada iniziata anni fa

Lo studio di Nature Medicine non nasce dal nulla. GBS6 è il risultato di un percorso sperimentale iniziato diversi anni fa.

Nel 2021 Absalon e collaboratori pubblicarono su The Lancet Infectious Diseases un trial di fase 1/2 in adulti sani non gravidi, mostrando sicurezza e immunogenicità del candidato esavalente. Nel 2023 Madhi e collaboratori riportarono sul New England Journal of Medicine dati fondamentali sul potenziale della vaccinazione materna con GBS6 e sulla relazione tra anticorpi e rischio di malattia invasiva nel bambino.

Lo sviluppo è successivamente proseguito anche con studi su dosi booster e sulla possibile co-somministrazione con altri vaccini.

Il quadro complessivo sta quindi diventando progressivamente più robusto: alla sicurezza e all’immunogenicità osservate nelle donne si aggiunge la dimostrazione del trasferimento anticorpale al bambino.

La fase decisiva: dimostrare la protezione

La domanda conclusiva rimane inevitabilmente la più importante: quegli anticorpi impediranno davvero ai bambini di ammalarsi?

Per rispondere sono necessari studi più ampi e un percorso regolatorio capace di collegare quantitativamente la risposta anticorpale alla protezione dalla malattia.

Il programma di sviluppo è già entrato in una fase successiva. L’OMS segnala che GBS6 è attualmente il candidato vaccinale coniugato esavalente più avanzato e che è in corso un trial globale di fase 3, denominato BEATRIX, avviato nel 2025.

Il passaggio non è soltanto una questione di numeri. Per un vaccino destinato alla gravidanza la valutazione della sicurezza deve riguardare contemporaneamente madre, gravidanza, parto e bambino, mentre la dimostrazione dell’efficacia contro eventi relativamente poco frequenti come la malattia invasiva può richiedere popolazioni molto ampie.

Proprio per questo l’OMS considera anche l’identificazione e la validazione di correlati immunologici di protezione un elemento strategico per rendere possibile lo sviluppo e l’eventuale autorizzazione dei vaccini materni contro il GBS.

Una possibile svolta nella prevenzione neonatale

I dati disponibili autorizzano quindi un cauto ottimismo, non la conclusione che il problema sia già risolto.

GBS6 ha superato un passaggio importante: induce anticorpi contro i sierotipi bersaglio, può essere somministrato in gravidanza con un profilo finora giudicato accettabile e, soprattutto, consente agli anticorpi materni di raggiungere il bambino.

Ora deve arrivare la prova più difficile: dimostrare che questa risposta immunologica si traduca in una riduzione significativa delle infezioni invasive.

Se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere rilevanti soprattutto nei Paesi nei quali screening microbiologico e profilassi antibiotica durante il parto sono difficili da garantire. Non a caso l’OMS considera da tempo un vaccino materno contro il GBS una priorità globale e auspica prodotti utilizzabili anche nei Paesi a basso e medio reddito.

L’idea alla base di questa strategia è, in fondo, tanto semplice quanto biologicamente elegante: non aspettare che il bambino nasca per cominciare a proteggerlo, ma utilizzare gli ultimi mesi della gravidanza per consegnargli, attraverso la placenta, una prima difesa immunitaria.

GBS6 sembra capace di realizzare la prima parte di questo progetto. Saranno gli studi successivi a stabilire se quella difesa sarà abbastanza forte da impedire la malattia.

Bibliografia

  1. Madhi SA, Snaggs H, Gurtman A, et al. Maternal 6-valent group B Streptococcus vaccine in non-pregnant and pregnant females: a randomized phase 1/2 trial. Nature Medicine. 2026. doi:10.1038/s41591-026-04558-5.
  2. Madhi SA, et al. Potential for Maternally Administered Vaccine for Infant Group B Streptococcus. New England Journal of Medicine. 2023;389:215–227.
  3. Absalon J, Segall N, Block SL, et al. Safety and immunogenicity of a novel hexavalent group B Streptococcus conjugate vaccine in healthy, non-pregnant adults: a phase 1/2, randomised, placebo-controlled, observer-blinded, dose-escalation trial. Lancet Infectious Diseases. 2021;21:263–274.
  4. Buurman ET, Timofeyeva Y, Gu J, et al. A Novel Hexavalent Capsular Polysaccharide Conjugate Vaccine (GBS6) for the Prevention of Neonatal Group B Streptococcal Infections by Maternal Immunization. Journal of Infectious Diseases. 2019;220:105–115.
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  7. World Health Organization. Group B Streptococcus vaccine: full value vaccine assessment. Geneva: WHO; 2021.
  8. World Health Organization. Group B Streptococcus (GBS). Fact sheet, aggiornamento 24 aprile 2026.
  9. Bencardino D. Meningite: l’OMS accende l’attenzione su tasso di mortalità e cause. Giornale dei Biologi, novembre-dicembre 2024. La rassegna richiama il ruolo dello streptococco di gruppo B tra le cause di meningite nelle popolazioni vulnerabili e la centralità della prevenzione vaccinale.

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