L’immunoterapia ha cambiato la storia clinica del melanoma avanzato, rendendo possibili sopravvivenze a lungo termine che fino a pochi anni fa apparivano difficilmente immaginabili. Ma non tutti i pazienti rispondono e alcuni sviluppano resistenza. Un programma di ricerca coordinato da Maria Rescigno sta sviluppando un vaccino terapeutico basato su peptidi associati allo stress delle cellule tumorali. L’obiettivo non è prevenire il melanoma, ma insegnare al sistema immunitario a riconoscere meglio un tumore già presente e potenziare così l’efficacia dell’immunoterapia.
Per capire quanto sia cambiata la cura del melanoma metastatico basta confrontare il presente con ciò che accadeva prima dell’avvento della moderna immunoterapia.
Il melanoma è un tumore maligno che origina dai melanociti, le cellule responsabili della produzione della melanina. Quando viene diagnosticato precocemente può essere curato chirurgicamente in una percentuale elevata di casi. Il problema cambia radicalmente quando le cellule tumorali raggiungono organi distanti.
Per decenni il melanoma metastatico è stato una delle neoplasie più difficili da trattare. Poi sono arrivati gli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci capaci non tanto di colpire direttamente la cellula tumorale quanto di rimuovere alcuni dei “freni” attraverso i quali il tumore riesce a neutralizzare la risposta immunitaria.
I risultati hanno modificato la prognosi della malattia.
Lo studio CheckMate 067, uno dei trial che hanno segnato la storia dell’immunoterapia del melanoma avanzato, ha ormai raggiunto un follow-up minimo di dieci anni. Nei pazienti precedentemente non trattati, la sopravvivenza mediana è risultata di 71,9 mesi con la combinazione nivolumab-ipilimumab, contro 36,9 mesi con nivolumab e 19,9 mesi con ipilimumab. Il beneficio a lunghissimo termine dell’immunoterapia è quindi ormai documentato.
Ma questo straordinario progresso ha fatto emergere una nuova domanda: che cosa possiamo fare per i pazienti nei quali l’immunoterapia non funziona?
Quando togliere i freni non basta
Il sistema immunitario possiede cellule potenzialmente capaci di riconoscere ed eliminare cellule tumorali. I linfociti T sono fra i protagonisti di questa sorveglianza.
Il tumore, tuttavia, non è un bersaglio passivo. Durante la sua evoluzione seleziona meccanismi che gli consentono di sottrarsi all’attacco immunitario. Può rendersi meno visibile, creare attorno a sé un microambiente immunosoppressivo oppure sfruttare i checkpoint immunitari, sistemi fisiologici che normalmente impediscono una risposta eccessiva dei linfociti.
Farmaci come nivolumab e pembrolizumab intervengono sull’asse PD-1, mentre ipilimumab agisce su CTLA-4. In termini molto semplificati, tolgono alcuni freni alla risposta immunitaria.
Ma togliere il freno serve soltanto se esiste una risposta antitumorale che possa essere riattivata.
È precisamente in questo spazio biologico che si inserisce il progetto coordinato dalla professoressa Maria Rescigno, sostenuto da Fondazione AIRC attraverso i programmi speciali dedicati allo studio delle metastasi. Il consorzio comprende competenze di immunologia, oncologia, proteomica, microbiota e microambiente tumorale e coinvolge diverse unità di ricerca e cliniche italiane.
L’idea è affascinante: se l’immunoterapia libera i linfociti dai freni, un vaccino potrebbe fornire loro bersagli migliori contro i quali combattere.
Un vaccino contro un tumore già esistente
La parola “vaccino” può generare un equivoco.
Questo candidato non è concepito come il vaccino contro morbillo, tetano o papillomavirus, somministrato a una persona sana per impedirle di contrarre un’infezione o svilupparne le conseguenze.
È un vaccino terapeutico.
Il destinatario è un paziente che ha già sviluppato il tumore. Lo scopo consiste nello stimolare o amplificare una risposta immunitaria contro specifiche caratteristiche delle cellule neoplastiche.
Il concetto non è nuovo in oncologia e numerosi vaccini antitumorali sono attualmente oggetto di ricerca. Nel melanoma, in particolare, vengono sperimentate diverse piattaforme, dai vaccini peptidici a quelli basati su mRNA e neoantigeni personalizzati. Una review pubblicata nel 2026 descrive questo settore come uno dei campi più promettenti per integrare e potenziare l’azione degli inibitori dei checkpoint immunitari.
La strategia del gruppo Rescigno presenta però una caratteristica particolare: cerca di sfruttare una vulnerabilità condivisa dalle cellule tumorali sottoposte a stress.
Lo stress che tradisce il tumore
Una cellula tumorale vive in condizioni biologiche tutt’altro che tranquille.
Deve proliferare rapidamente, sostenere un metabolismo alterato, sopravvivere con quantità talvolta insufficienti di ossigeno e nutrienti e adattarsi a un microambiente ostile. Le mutazioni e l’attività degli oncogeni aumentano ulteriormente la pressione sui sistemi cellulari che devono produrre e ripiegare correttamente le proteine.
Una proteina, infatti, non è semplicemente una catena di aminoacidi. Per funzionare deve assumere una precisa conformazione tridimensionale.
Quando la produzione e il ripiegamento delle proteine vengono perturbati può svilupparsi quello che viene definito stress del reticolo endoplasmatico.
Ed è qui che compare la possibile vulnerabilità.
Proteine alterate o ripiegate in maniera anomala vengono processate dalla cellula. Alcuni loro frammenti — i peptidi — possono diventare antigeni riconoscibili dal sistema immunitario.
Il gruppo di Rescigno lavora da anni sull’idea che questi peptidi associati allo stress tumorale possano essere trasformati in bersagli terapeutici. Studi preclinici avevano già mostrato che molecole rilasciate da cellule tumorali sottoposte a stress potevano essere utilizzate per provocare una risposta antitumorale.
Il principio è quasi un rovesciamento della strategia del tumore: la stessa condizione di stress necessaria alla sua crescita potrebbe produrre i segnali che permettono al sistema immunitario di riconoscerlo.
Dai peptidi al vaccino
Il passaggio successivo consiste nell’individuare quali di questi segnali siano realmente utili.
Non basta infatti trovare un peptide presente in una cellula tumorale. Bisogna stabilire se è sufficientemente frequente nei pazienti, se può essere riconosciuto efficacemente dal sistema immunitario e soprattutto se la risposta contro di esso può distinguere il tumore dai tessuti sani.
La piattaforma sviluppata dal consorzio ha quindi cercato di selezionare antigeni condivisi fra più tumori.
È un punto cruciale, perché una parte importante della moderna ricerca sui vaccini antitumorali procede invece nella direzione opposta: analizzare il tumore del singolo paziente, identificare le sue specifiche mutazioni e produrre un vaccino personalizzato contenente i relativi neoantigeni.
La strategia coordinata da Rescigno cerca di individuare peptidi antigenici comuni a una quota più ampia di pazienti. AIRC descrive esplicitamente il progetto come diretto alla selezione di peptidi capaci di innescare una risposta immunitaria contro melanoma e sarcoma e riferisce che, a marzo 2026, gli aspetti preclinici programmati per il vaccino contro il melanoma avevano compiuto progressi significativi.
La traccia del progetto indica la selezione di sette peptidi da stress particolarmente ricorrenti nel melanoma. Questo dettaglio numerico, tuttavia, non compare nella pagina pubblica AIRC consultabile dedicata all’aggiornamento di marzo 2026; va quindi considerato un elemento comunicato nell’ambito degli aggiornamenti del progetto, in attesa della pubblicazione completa dei dati sperimentali.
“Universale” non significa contro tutti i tumori
L’espressione vaccino universale richiede particolare cautela.
Non significa che sia stato trovato un vaccino capace di curare qualsiasi cancro in qualsiasi persona.
L’universalità perseguita riguarda piuttosto il superamento, almeno parziale, della personalizzazione paziente per paziente.
Un vaccino basato esclusivamente sulle mutazioni specifiche di un tumore deve essere costruito dopo aver caratterizzato geneticamente quella neoplasia. Se invece determinati peptidi associati allo stress sono condivisi da molti melanomi, lo stesso preparato potrebbe essere utilizzato in una popolazione più ampia di pazienti.
Maria Rescigno ha definito questa linea di ricerca come quella di vaccini “universali specifici per malattia”, basati su peptidi immunogenici rilasciati dalle cellule tumorali e studiati nel melanoma metastatico, nel sarcoma e nell’osteosarcoma.
È una distinzione importante: universale rispetto a molte varianti molecolari dello stesso tumore non equivale a universale rispetto a tutti i tumori umani.
Il problema più delicato: non attaccare le cellule sane
Qualunque vaccino terapeutico antitumorale deve risolvere una difficoltà fondamentale.
Le cellule tumorali derivano dalle nostre cellule. Il sistema immunitario deve quindi essere addestrato a riconoscere qualcosa di sufficientemente diverso da ciò che è presente nei tessuti normali.
Altrimenti il rischio teorico è l’autoimmunità: un esercito immunologico estremamente efficiente, ma incapace di distinguere il nemico.
Per questo la selezione degli antigeni è uno dei passaggi più delicati nello sviluppo di un vaccino oncologico.
Nel progetto descritto nella traccia, i ricercatori hanno confrontato i peptidi candidati anche con condizioni non tumorali caratterizzate da stress cellulare, senza rilevare una risposta analoga contro i bersagli prescelti. L’ipotesi è che non sia il semplice episodio transitorio di stress a rendere riconoscibile la cellula, ma la persistenza dello stress oncogenico tipica della trasformazione tumorale.
È un risultato preclinico importante sul piano della plausibilità biologica e della sicurezza, ma non equivale ancora a dimostrare la sicurezza nell’uomo. Questa potrà essere stabilita soltanto dalla sperimentazione clinica.
Il vaccino non dovrebbe sostituire l’immunoterapia
Un altro equivoco sarebbe immaginare il nuovo vaccino come alternativa agli inibitori dei checkpoint.
Il progetto nasce soprattutto per potenziarne l’efficacia.
AIRC spiega che gli inibitori dei checkpoint possono funzionare soltanto quando è presente un’adeguata popolazione di cellule immunitarie attive contro il tumore. La vaccinazione potrebbe aumentare questa risposta e, almeno in linea teorica, accrescere la probabilità di beneficiare del trattamento successivo.
Possiamo immaginare i due interventi come parti differenti della stessa strategia.
Il vaccino mostra al sistema immunitario che cosa colpire.
L’inibitore del checkpoint cerca di impedire che il tumore ordini ai linfociti di smettere di colpire.
È proprio questa complementarità a rendere i vaccini oncologici particolarmente interessanti nell’era dell’immunoterapia.
Dal laboratorio al paziente
È anche il momento in cui occorre maggiore prudenza.
Un risultato preclinico promettente non è una terapia.
Secondo la traccia, il candidato per il melanoma dovrebbe entrare nella sperimentazione clinica entro la fine del 2026. L’aggiornamento AIRC disponibile a marzo 2026 conferma che il programma ha raggiunto progressi significativi sul fronte preclinico e descrive la presenza nel consorzio di unità cliniche incaricate di studiare efficacia e sicurezza nei pazienti.
L’ingresso in clinica rappresenterebbe un passaggio decisivo, ma sarebbe soltanto l’inizio.
I primi studi dovranno stabilire innanzitutto sicurezza, tollerabilità e capacità di generare la risposta immunitaria prevista. Successivamente bisognerà verificare se quella risposta produce un beneficio clinicamente significativo: regressione della malattia, controllo delle metastasi, maggiore durata della risposta o aumento della sopravvivenza.
La storia dell’oncologia insegna infatti che molti trattamenti biologicamente convincenti non superano la prova clinica.
Perché il melanoma è un laboratorio ideale
Non è casuale che una strategia di questo tipo venga sviluppata proprio nel melanoma.
Questa neoplasia è da decenni uno dei principali laboratori dell’immunologia tumorale. Il melanoma può presentare un elevato carico mutazionale e generare numerosi antigeni potenzialmente riconoscibili dal sistema immunitario.
È inoltre nel melanoma che gli inibitori dei checkpoint hanno prodotto alcuni dei risultati più spettacolari.
Nel CheckMate 067 la combinazione nivolumab-ipilimumab ha portato la sopravvivenza mediana oltre i sei anni, con un beneficio che persiste a dieci anni. Si tratta di un cambiamento radicale rispetto all’epoca precedente all’immunoterapia.
Questo successo, tuttavia, non deve far dimenticare chi rimane escluso dal beneficio.
Esistono pazienti con resistenza primaria, nei quali il trattamento non produce fin dall’inizio una risposta sufficiente, e pazienti che rispondono inizialmente ma sviluppano successivamente una resistenza acquisita.
Sono soprattutto queste popolazioni a rendere necessaria una seconda generazione di immunoterapie.
Dal melanoma al sarcoma
Il progetto non si ferma al melanoma.
AIRC riferisce che il consorzio sta studiando anche il sarcoma dei tessuti molli, una famiglia estremamente eterogenea che comprende almeno una cinquantina di sottotipi. I ricercatori stanno analizzando repertorio antigenico, microbiota intratumorale, metaboloma e caratteristiche immunologiche, cercando elementi condivisi che possano diventare bersagli terapeutici. Sono già stati identificati diversi peptidi antigenici comuni a più sottotipi, la cui immunogenicità è in corso di approfondimento.
È forse questa la prospettiva scientificamente più interessante.
Se il principio dei peptidi associati allo stress tumorale risultasse valido non soltanto nel melanoma, ma in tumori biologicamente differenti, potrebbe emergere una nuova piattaforma per costruire vaccini terapeutici condivisi.
Non sarebbe ancora “il vaccino contro il cancro”, espressione tanto suggestiva quanto scientificamente imprecisa.
Sarebbe qualcosa di più realistico: una tecnologia capace di individuare vulnerabilità immunologiche comuni a gruppi differenti di tumori.
Trasformare il tumore nel proprio segnale d’allarme
Il fascino di questa ricerca sta infine nel principio biologico sul quale si fonda.
Una cellula tumorale modifica profondamente il proprio funzionamento per continuare a crescere. Attiva oncogeni, altera il metabolismo, produce proteine in condizioni anomale, resiste a segnali che normalmente provocherebbero la morte cellulare e sopporta livelli elevati di stress.
Questi adattamenti rappresentano la sua forza.
Ma potrebbero essere anche la sua debolezza.
Se lo stress tumorale produce peptidi sufficientemente specifici e immunogenici, ciò che permette alla cellula neoplastica di sopravvivere potrebbe contemporaneamente renderla riconoscibile.
La ricerca coordinata da Maria Rescigno tenta quindi un’operazione concettualmente elegante: trasformare una caratteristica della biologia del tumore in un segnale d’allarme per il sistema immunitario.
La sperimentazione clinica dovrà dirci se questa eleganza biologica si tradurrà in efficacia terapeutica.
Per ora non abbiamo un nuovo vaccino disponibile contro il melanoma metastatico. Abbiamo qualcosa di diverso e scientificamente altrettanto importante: un candidato che ha raggiunto una fase avanzata dello sviluppo preclinico, una strategia immunologica originale e una domanda finalmente pronta a essere trasferita dal laboratorio al paziente.
Ed è proprio in quel passaggio che una buona idea diventa — oppure non diventa — una nuova terapia.
Bibliografia essenziale
- Wolchok JD, Chiarion-Sileni V, Rutkowski P, et al. Final, 10-Year Outcomes with Nivolumab plus Ipilimumab in Advanced Melanoma. New England Journal of Medicine. 2025;392:11-22. DOI: 10.1056/NEJMoa2407417. Lo studio documenta gli esiti a dieci anni del trial CheckMate 067.
- Larkin J, Chiarion-Sileni V, Gonzalez R, et al. Five-Year Survival with Combined Nivolumab and Ipilimumab in Advanced Melanoma. New England Journal of Medicine. 2019.
- Wolchok JD, Chiarion-Sileni V, Gonzalez R, et al. Overall Survival with Combined Nivolumab and Ipilimumab in Advanced Melanoma. New England Journal of Medicine. 2017;377:1345-1356. DOI: 10.1056/NEJMoa1709684.
- Fondazione AIRC. Un vaccino terapeutico per migliorare l’immunoterapia contro melanoma e sarcoma metastatici. Programma per lo studio delle metastasi, responsabile Maria Rescigno; aggiornamento marzo 2026. È la fonte principale sul programma italiano, il consorzio, lo sviluppo preclinico e l’estensione della ricerca ai sarcomi.
- Nature Research Custom Media. Una nuova strada verso vaccini anti-cancro, 2021. Descrive gli studi preclinici del gruppo Rescigno sui peptidi prodotti dalle cellule tumorali sottoposte a stress.
- Qin JJ, Wang Y, Sandhu S. mRNA and Peptide Vaccines in Melanoma—Current Landscape and Future Direction. Cells. 2026;15(4):344. DOI: 10.3390/cells15040344. Rassegna aggiornata sulle principali piattaforme vaccinali sperimentali nel melanoma.
- Highlighting recent achievements to advance more effective cancer immunotherapy. Rassegna degli sviluppi nell’immunoterapia oncologica e dei vaccini terapeutici; comprende il concetto presentato da Rescigno di vaccini disease-specific basati su peptidi immunogenici associati alle cellule tumorali.
- Vaccines as treatment for melanoma: an update review. Frontiers in Immunology. 2026. Rassegna aggiornata sui vaccini terapeutici peptidici e sulle altre strategie vaccinali sperimentate nel melanoma.




