Negli ultimi anni il termine Tartaria è diventato uno dei più ricorrenti nei circuiti del web dedicati alle cosiddette “storie alternative”. Secondo numerose teorie diffuse soprattutto sui social network, la Tartaria sarebbe stata un immenso impero tecnologicamente avanzato, cancellato deliberatamente dalla memoria storica attraverso una gigantesca cospirazione.

La realtà documentata dagli storici è molto diversa, ma non per questo meno affascinante. La Tartaria è realmente esistita, non come Stato unitario, bensì come denominazione geografica utilizzata per secoli dagli europei per indicare le vaste regioni dell’Asia settentrionale e centrale, allora poco conosciute.

Comprendere l’origine di questo nome permette di distinguere la storia dalla leggenda e di capire come nascano alcuni dei più moderni miti pseudostorici.

L’origine del nome

Il termine Tartaria compare nelle fonti europee tra il XIII e il XIV secolo, dopo le grandi invasioni mongole.

Gli occidentali utilizzavano il nome “Tartari” per indicare, in maniera piuttosto generica, i popoli provenienti dalle immense steppe dell’Asia. L’etimologia deriva probabilmente dalla tribù dei Tatari, una popolazione turco-mongola che faceva parte della confederazione guidata da Gengis Khan.

Gli scrittori medievali aggiunsero spesso una “r” trasformando “Tatari” in “Tartari”, probabilmente influenzati dal riferimento al Tartaro, l’abisso infernale della mitologia greca, quasi a sottolineare il carattere terrificante delle invasioni che avevano sconvolto l’Europa.

La “Tartaria” non indicava quindi una nazione, ma un territorio vastissimo e scarsamente esplorato.

Una regione immensa sulle carte geografiche

Dal XVI al XVIII secolo il nome compare regolarmente nelle mappe europee.

Le carte dell’epoca suddividevano generalmente il territorio in diverse aree:

  • Grande Tartaria, corrispondente grosso modo alla Siberia;
  • Tartaria Cinese, comprendente Mongolia e Manciuria;
  • Tartaria Russa, sotto il controllo dello Zar;
  • Tartaria Indipendente, che comprendeva parte dell’Asia centrale.

Queste denominazioni riflettevano soprattutto la limitata conoscenza geografica europea.

Gran parte dell’Asia interna era infatti ancora inesplorata e gli studiosi preferivano utilizzare un termine generico per indicare regioni abitate da popolazioni nomadi, mongole e turcofone.

Non esisteva alcuna autorità politica centrale che governasse l’intera Tartaria.

L’eredità dell’Impero Mongolo

La storia della Tartaria è strettamente legata alla straordinaria espansione dell’Impero Mongolo.

Nel XIII secolo Gengis Khan riuscì a unificare numerose tribù della steppa creando il più vasto impero contiguo mai esistito nella storia.

Dopo la sua morte, il territorio fu suddiviso in numerosi khanati autonomi, tra cui il Khanato dell’Orda d’Oro, il Khanato di Chagatai e la dinastia Yuan in Cina.

Per gli osservatori europei, tuttavia, tutte queste realtà politiche apparivano come parti di un unico mondo “tartaro”.

La denominazione geografica sopravvisse così per diversi secoli, anche quando l’unità politica mongola era ormai scomparsa.

La progressiva scomparsa del nome

Nel XVIII e XIX secolo le grandi spedizioni scientifiche russe, francesi e britanniche permisero una conoscenza molto più accurata dell’Asia.

Le nuove mappe iniziarono a sostituire la parola Tartaria con nomi più precisi:

  • Siberia;
  • Mongolia;
  • Turkestan;
  • Kazakistan;
  • Manciuria;
  • Tibet.

Con l’espansione dell’Impero Russo e la nascita della geografia moderna, il termine cadde progressivamente in disuso fino a scomparire quasi completamente dalla cartografia ufficiale.

La nascita del mito contemporaneo

Il nome Tartaria è tornato improvvisamente alla ribalta nel XXI secolo grazie a Internet.

Secondo una teoria complottista oggi molto diffusa, sarebbe esistito un immenso impero mondiale, dotato di tecnologie avanzatissime e di una civiltà superiore, deliberatamente cancellato dalla storia ufficiale.

Tra le affermazioni più frequenti figurano:

  • l’esistenza di una civiltà globale chiamata “Grande Tartaria”;
  • l’impiego di una misteriosa “energia libera”;
  • la costruzione di edifici monumentali attribuiti erroneamente ad altre civiltà;
  • una gigantesca opera di riscrittura della storia da parte delle élite politiche e scientifiche.

Queste ipotesi vengono generalmente sostenute attraverso fotografie di edifici ottocenteschi, mappe storiche decontestualizzate e interpretazioni arbitrarie di documenti antichi.

Cosa dice la ricerca storica

Ad oggi non esiste alcuna prova documentaria dell’esistenza di un Impero della Tartaria nel senso proposto dalle moderne teorie alternative.

Le fonti storiche disponibili sono estremamente abbondanti:

  • cronache cinesi;
  • cronache persiane;
  • documenti russi;
  • archivi ottomani;
  • relazioni diplomatiche europee;
  • resoconti di missionari e mercanti come Marco Polo.

Nessuna di queste testimonianze descrive una civiltà tecnologicamente avanzata né un impero globale sconosciuto.

Gli stessi atlanti antichi che riportano la parola “Tartaria” mostrano chiaramente come essa rappresenti un’indicazione geografica e non il nome di uno Stato organizzato.

La cartografia dell’età moderna utilizzava spesso grandi aree dai confini approssimativi per rappresentare territori ancora poco conosciuti, analogamente a quanto avveniva per l’Africa centrale o per l’interno dell’America settentrionale.

Perché il mito continua ad affascinare

Il successo contemporaneo della Tartaria racconta molto del nostro rapporto con la storia.

In un’epoca caratterizzata da una crescente sfiducia verso le istituzioni e da un’enorme disponibilità di immagini storiche decontestualizzate, diventa relativamente semplice costruire narrazioni alternative capaci di apparire plausibili.

Le antiche mappe con la scritta “Tartaria”, osservate senza conoscere il linguaggio cartografico dell’epoca, sembrano confermare l’esistenza di un grande Stato scomparso.

In realtà esse testimoniano soprattutto i limiti della conoscenza geografica europea tra il Rinascimento e l’Illuminismo.

La vera storia della Tartaria rimane comunque straordinaria: racconta l’incontro tra Oriente e Occidente, le grandi esplorazioni dell’Asia, l’eredità dell’Impero Mongolo e l’evoluzione della cartografia moderna. È una vicenda che non necessita di misteriose cospirazioni per risultare affascinante, ma invita piuttosto a esercitare uno degli strumenti più preziosi della ricerca storica: il confronto critico tra le fonti.

Bibliografia

Fonti storiche

  • Marco Polo, Il Milione.
  • Giovanni da Pian del Carpine, Historia Mongalorum.
  • Guglielmo di Rubruck, Itinerarium.
  • Rashid al-Din, Jāmiʿ al-Tawārīkh (Compendio delle Cronache).

Studi moderni

  • Peter Jackson, The Mongols and the West, 1221–1410, Routledge, 2005.
  • David Morgan, The Mongols, 2ª ed., Blackwell Publishing, 2007.
  • Timothy May, The Mongol Empire, Edinburgh University Press, 2018.
  • Christopher Atwood, Encyclopedia of Mongolia and the Mongol Empire, Facts On File, 2004.
  • Jerry Brotton, A History of the World in Twelve Maps, Penguin Books, 2012.
  • John Brian Harley, David Woodward (a cura di), The History of Cartography, University of Chicago Press.
  • Denis Cosgrove, Mapping, Reaktion Books, 1999.
  • Matthew Edney, Cartography: The Ideal and Its History, University of Chicago Press, 2019.

Per comprendere il fenomeno delle pseudostorie

  • Ronald H. Fritze, Invented Knowledge: False History, Fake Science and Pseudo-Religions, Reaktion Books, 2009.
  • Michael Shermer, Why People Believe Weird Things, Holt Paperbacks, 2002.

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