Tra mito e realtà, la “Tulipomania” dell’Olanda del Seicento continua a essere il simbolo universale delle bolle finanziarie. Ma la storia è molto più complessa di quanto si racconti.

Quando si parla di bolle speculative, il pensiero corre immediatamente ai tulipani dell’Olanda del XVII secolo. È una storia entrata nell’immaginario collettivo: bulbi di tulipano venduti a prezzi superiori a quelli di una casa, commercianti improvvisamente ricchi, famiglie rovinate dal crollo del mercato e un’intera economia trascinata sull’orlo del collasso da un fiore.

Da quasi quattro secoli la Tulipomania rappresenta il paradigma della follia collettiva dei mercati finanziari. Economisti, storici, psicologi e sociologi continuano a citarla come esempio di come aspettative irrazionali, imitazione sociale e avidità possano gonfiare il valore di un bene ben oltre il suo reale valore economico.

Ma la ricerca storica degli ultimi decenni ha ridimensionato molti degli aspetti più sensazionalistici della vicenda. La bolla dei tulipani esistette davvero, ma probabilmente non provocò il disastro economico che la tradizione ha tramandato. Comprendere cosa accadde realmente significa anche capire perché, ancora oggi, i mercati finanziari continuino periodicamente a ripetere gli stessi errori.

L’Olanda del Secolo d’Oro

Per comprendere la Tulipomania occorre partire dal contesto storico.

Nel Seicento la Repubblica delle Province Unite era una delle società più ricche del mondo.

Amsterdam rappresentava il principale centro commerciale europeo. La Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC), fondata nel 1602, aveva inaugurato uno dei primi mercati azionari moderni, mentre banche, assicurazioni e commerci internazionali avevano favorito l’accumulazione di enormi ricchezze.

Si trattava di una società urbanizzata, alfabetizzata e caratterizzata da una vasta classe media mercantile.

In questo clima di prosperità si diffuse rapidamente il gusto per il collezionismo botanico.

L’arrivo del tulipano

Il tulipano non è originario dell’Europa.

Proviene dall’Asia centrale e raggiunse l’Impero Ottomano molti secoli prima di essere introdotto nel continente europeo nel XVI secolo.

Fu il botanico fiammingo Carolus Clusius, nominato direttore dell’Orto Botanico dell’Università di Leida nel 1593, a svolgere un ruolo fondamentale nella sua diffusione nei Paesi Bassi.

I suoi giardini divennero presto famosi per la straordinaria varietà di tulipani coltivati.

Alcune varietà presentavano spettacolari striature rosse, viola o bianche che nessuno era in grado di spiegare.

Oggi sappiamo che quelle colorazioni erano provocate dal Tulip Breaking Virus (TBV), un virus appartenente al genere Potyvirus che interferisce con la sintesi dei pigmenti dei petali.

Paradossalmente, una malattia della pianta produceva gli esemplari più ricercati e costosi.

Un lusso per pochi

Nei primi decenni del Seicento i tulipani erano beni di lusso.

Le varietà rare richiedevano anni per essere propagate, poiché i bulbi si moltiplicano lentamente.

La scarsità naturale, unita alla crescente domanda da parte dell’élite mercantile, fece aumentare progressivamente i prezzi.

Possedere una collezione di tulipani rappresentava uno status symbol paragonabile alle opere d’arte o alle porcellane orientali.

L’interesse, tuttavia, non rimase confinato ai botanici e agli aristocratici.

Ben presto i tulipani divennero un vero investimento.

Nasce un mercato “futures”

Uno degli aspetti più moderni della Tulipomania riguarda la natura delle transazioni.

Nella maggior parte dei casi non venivano scambiati bulbi fisicamente disponibili.

Durante l’inverno, quando i bulbi rimanevano sottoterra, gli operatori acquistavano e vendevano contratti che garantivano il diritto a ricevere il bulbo mesi dopo.

In pratica si trattava di una forma embrionale di contratti futures, nei quali veniva negoziato un bene che ancora non poteva essere consegnato.

Questi contratti cambiarono proprietario molte volte prima della consegna effettiva.

Il valore dipendeva quasi esclusivamente dall’aspettativa che qualcun altro fosse disposto a pagare ancora di più.

È il meccanismo tipico di ogni bolla speculativa.

Il culmine della follia

Tra il 1636 e l’inizio del 1637 il mercato raggiunse il suo massimo sviluppo.

Le varietà più pregiate, come il celebre Semper Augustus, venivano quotate a cifre impressionanti.

Secondo numerose cronache, un singolo bulbo poteva valere diverse migliaia di fiorini, una somma sufficiente ad acquistare una prestigiosa abitazione lungo i canali di Amsterdam.

Le transazioni avvenivano in taverne, locande e sale d’asta improvvisate.

Commercianti, artigiani, notai e piccoli imprenditori partecipavano a un mercato sempre più dominato dalle aspettative speculative.

La convinzione che i prezzi sarebbero cresciuti indefinitamente alimentava nuovi acquisti.

La domanda non era più guidata dall’interesse per il fiore, ma dalla prospettiva del guadagno.

Il crollo

Nel febbraio del 1637 qualcosa cambiò improvvisamente.

Durante un’asta ad Haarlem alcuni lotti non trovarono acquirenti.

La fiducia si incrinò.

Nel giro di pochi giorni molti operatori cercarono di vendere contemporaneamente.

I compratori scomparvero.

I prezzi precipitarono rapidamente.

Come accade in tutte le bolle speculative, il valore di mercato dipendeva dalla convinzione condivisa che altri investitori avrebbero continuato a comprare.

Quando questa aspettativa svanì, il mercato collassò.

Fu davvero una catastrofe nazionale?

La narrazione tradizionale descrive un Paese in ginocchio.

Secondo questo racconto migliaia di famiglie sarebbero finite sul lastrico e l’economia olandese avrebbe subito un tracollo.

Gli studi storici moderni invitano però alla cautela.

Le ricerche di Anne Goldgar, una delle maggiori studiose della Tulipomania, mostrano che il numero delle persone realmente coinvolte era relativamente limitato e apparteneva soprattutto ai ceti mercantili più abbienti.

Molti contratti, inoltre, non furono mai onorati dopo il crollo, riducendo notevolmente le perdite effettive.

L’economia della Repubblica Olandese continuò infatti a prosperare ancora per molti decenni.

Più che una crisi sistemica, la Tulipomania sembra essere stata una bolla finanziaria circoscritta, amplificata nel tempo dalla letteratura moralistica e dalla propaganda politica.

Perché nasce una bolla?

La Tulipomania continua a interessare economisti e psicologi perché mette in luce alcuni meccanismi universali.

Il primo è la scarsità.

Un bene raro viene automaticamente percepito come prezioso.

Il secondo è l’imitazione sociale.

Quando osserviamo altri ottenere guadagni elevati, tendiamo a imitarne il comportamento, anche in assenza di una valutazione razionale.

Il terzo è il cosiddetto greater fool theory: acquistare un bene sopravvalutato confidando di poterlo rivendere a qualcuno disposto a pagare ancora di più.

Infine interviene il fenomeno della FOMO (Fear of Missing Out), la paura di perdere un’opportunità che sembra arricchire tutti gli altri.

Questi stessi meccanismi psicologici sono stati osservati durante la bolla della South Sea Company nel XVIII secolo, nella crisi del 1929, nella bolla delle dot-com alla fine degli anni Novanta e, più recentemente, nelle oscillazioni speculative delle criptovalute e di alcuni titoli tecnologici.

Mito e realtà

Molte delle storie più spettacolari sulla Tulipomania derivano da opere pubblicate anni dopo gli eventi.

Pamphlet satirici, sermoni religiosi e testi moralistici enfatizzarono gli aspetti più grotteschi della speculazione per denunciare l’avidità umana.

L’immagine di cittadini che vendevano case, aziende e patrimoni per acquistare un singolo bulbo è probabilmente più leggenda che realtà.

Ciò non diminuisce l’importanza storica dell’episodio.

La Tulipomania rappresenta infatti uno dei primi casi documentati di mercato altamente liquido dominato dalle aspettative speculative piuttosto che dal valore intrinseco del bene.

Una lezione ancora attuale

La storia dei tulipani olandesi insegna che le bolle speculative non nascono semplicemente dall’avidità.

Sono il prodotto dell’interazione tra innovazione finanziaria, aspettative collettive, imitazione sociale e convinzione che “questa volta sia diverso”.

Ogni generazione tende a credere di vivere un fenomeno economico senza precedenti.

Ogni generazione, puntualmente, scopre che i meccanismi psicologici dei mercati cambiano molto meno rapidamente delle tecnologie o degli strumenti finanziari.

Forse il vero insegnamento della Tulipomania non riguarda i tulipani.

Riguarda noi.

Le bolle speculative non sono soltanto eventi economici: sono esperimenti collettivi sulla natura umana, nei quali entusiasmo, paura, speranza e razionalità si intrecciano in modo sorprendentemente costante attraverso i secoli.

Bibliografia

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