Per molto tempo il tessuto adiposo è stato considerato un semplice deposito di energia: una riserva di grasso destinata a essere mobilizzata nei momenti di necessità metabolica. Negli ultimi vent’anni questa visione è cambiata radicalmente. Oggi il grasso è riconosciuto come un vero e proprio organo endocrino, capace di produrre ormoni, citochine e numerose molecole bioattive in grado di influenzare il metabolismo, il sistema immunitario e l’infiammazione.

Tra i diversi compartimenti adiposi dell’organismo, uno sta attirando crescente attenzione da parte dei ricercatori: il tessuto adiposo epicardico, il sottile strato di grasso che avvolge direttamente il cuore e decorre a stretto contatto con le arterie coronarie.

Una recente ipotesi di ricerca suggerisce che questo tessuto possa rappresentare molto più di un semplice cuscinetto protettivo: potrebbe infatti trasformarsi in un deposito locale di sostanze tossiche persistenti, contribuendo allo sviluppo di infiammazione cronica e aumentando il rischio cardiovascolare, soprattutto nei pazienti affetti da tumore.

Un organo endocrino a diretto contatto con il cuore

A differenza del grasso sottocutaneo, il tessuto adiposo epicardico non è separato dal miocardio da alcuna barriera anatomica. Condivide con il cuore la stessa microcircolazione e comunica continuamente con il muscolo cardiaco attraverso lo scambio di molecole biologicamente attive.

In condizioni fisiologiche svolge numerose funzioni benefiche. Fornisce acidi grassi come fonte energetica per il miocardio, protegge meccanicamente le coronarie e produce sostanze ad azione antinfiammatoria e vasoprotettiva.

Quando però aumenta di volume o modifica la propria attività biologica, il tessuto adiposo epicardico cambia comportamento. La produzione di adiponectina e di altre molecole protettive diminuisce, mentre cresce la secrezione di citochine pro-infiammatorie, come interleuchina-6 (IL-6), tumor necrosis factor-α (TNF-α) e chemochine coinvolte nel reclutamento delle cellule immunitarie.

Si instaura così uno stato di infiammazione cronica locale che può favorire l’aterosclerosi coronarica, la fibrosi miocardica e le alterazioni del ritmo cardiaco.

Quando gli inquinanti si accumulano nel grasso

A questa complessa rete di segnali biologici potrebbe aggiungersi un ulteriore elemento, finora poco esplorato: l’accumulo di contaminanti ambientali nel tessuto adiposo.

Molti interferenti endocrini possiedono infatti caratteristiche chimiche che li rendono fortemente lipofili, cioè capaci di sciogliersi e accumularsi nei grassi corporei.

Tra questi figurano sostanze ormai diffuse praticamente ovunque:

  • i bisfenoli, utilizzati nella produzione di plastiche e resine;
  • gli ftalati, impiegati come plastificanti in numerosi materiali;
  • i PFAS (per- e polifluoroalchiliche), meglio conosciuti come forever chemicals per la loro eccezionale stabilità chimica e la capacità di persistere nell’ambiente e nella catena alimentare per decenni.

Una volta penetrati nell’organismo attraverso alimenti, acqua, aria o contatto con materiali di uso quotidiano, questi composti tendono a concentrarsi nei tessuti ricchi di lipidi.

L’ipotesi oggi allo studio è che anche il grasso epicardico possa funzionare come un vero e proprio serbatoio biologico di tali sostanze.

Un’infiammazione che nasce accanto al cuore

Se questa ipotesi sarà confermata, le conseguenze potrebbero essere rilevanti.

La permanenza prolungata degli interferenti endocrini nel tessuto adiposo epicardico potrebbe infatti mantenere attivi i processi infiammatori direttamente a contatto con il miocardio e con le arterie coronarie.

Diversi studi sperimentali hanno già dimostrato che molti di questi contaminanti sono in grado di alterare il metabolismo lipidico, modificare la funzione mitocondriale, aumentare lo stress ossidativo e interferire con la normale regolazione ormonale delle cellule.

L’effetto combinato potrebbe tradursi in una persistente attivazione immunitaria locale, favorendo la progressione della malattia aterosclerotica e aumentando la vulnerabilità cardiovascolare.

Il legame con la cardio-oncologia

Questa nuova prospettiva assume particolare interesse nell’ambito della cardio-oncologia, una disciplina relativamente giovane ma in rapidissima espansione.

Negli ultimi decenni i progressi delle terapie oncologiche hanno migliorato in modo straordinario la sopravvivenza dei pazienti. Parallelamente è emerso un nuovo problema clinico: molti trattamenti antitumorali possono provocare effetti indesiderati sul sistema cardiovascolare.

Antracicline, inibitori delle tirosin-chinasi, anticorpi monoclonali, immunoterapie e radioterapia toracica possono determinare, con meccanismi differenti, disfunzione ventricolare, insufficienza cardiaca, aritmie, ischemia miocardica e danno vascolare.

Non tutti i pazienti, tuttavia, sviluppano queste complicanze.

Da tempo i ricercatori cercano di comprendere quali fattori individuali rendano alcuni soggetti particolarmente suscettibili alla cardiotossicità.

L’eventuale accumulo di interferenti endocrini nel grasso epicardico potrebbe rappresentare uno di questi fattori predisponenti, creando un terreno infiammatorio cronico sul quale le terapie oncologiche eserciterebbero un effetto additivo.

Una nuova medicina ambientale del cuore

L’interesse di questa ipotesi va oltre la sola cardio-oncologia.

Sempre più studi collegano infatti l’esposizione cronica agli interferenti endocrini con obesità, diabete mellito, sindrome metabolica, ipertensione arteriosa e malattie cardiovascolari.

La possibilità che il tessuto adiposo non rappresenti soltanto un bersaglio passivo dell’accumulo di contaminanti, ma anche un luogo dal quale tali sostanze continuano a esercitare effetti biologici nel tempo, apre scenari completamente nuovi.

In futuro potrebbe diventare importante valutare non soltanto la quantità di grasso epicardico mediante ecocardiografia, TAC o risonanza magnetica, ma anche la sua qualità biologica, il suo stato infiammatorio e, forse, persino il suo contenuto di contaminanti ambientali.

Una pista di ricerca ancora da confermare

È importante sottolineare che, allo stato attuale, questa rimane un’ipotesi biologicamente plausibile ma ancora da dimostrare.

Saranno necessari studi clinici prospettici su ampie popolazioni, analisi tossicologiche del tessuto adiposo epicardico e indagini sperimentali sui meccanismi cellulari coinvolti.

Se le evidenze dovessero confermare questa relazione, si aprirebbero nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche: identificare precocemente i pazienti più vulnerabili, monitorare meglio il rischio cardiovascolare durante le cure oncologiche e sviluppare strategie mirate per ridurre l’infiammazione cronica indotta dagli interferenti endocrini.

La medicina moderna sta progressivamente superando la tradizionale distinzione tra ambiente e organismo. Il cuore, il tessuto adiposo e gli inquinanti chimici sembrano oggi intrecciarsi in un dialogo biologico molto più complesso di quanto si immaginasse solo pochi anni fa.

Comprendere questo linguaggio potrebbe rappresentare uno dei prossimi grandi passi della medicina cardiovascolare e della prevenzione oncologica.

Bibliografia essenziale

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  • Lyon A.R. et al. 2022 ESC Guidelines on cardio-oncology. European Heart Journal, 2022.
  • World Health Organization (WHO). State of the Science of Endocrine Disrupting Chemicals, aggiornamenti OMS/UNEP.

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