La procreazione medicalmente assistita (PMA) sta vivendo una fase di profonda trasformazione. Per molti anni il trattamento dell’infertilità è stato guidato da protocolli standardizzati, costruiti sulla base di criteri validi per la maggior parte delle pazienti e applicati con limitate possibilità di personalizzazione. Oggi questo modello mostra i suoi limiti. Le nuove conoscenze biologiche e la crescente disponibilità di dati clinici indicano infatti che ogni coppia infertile rappresenta una realtà diversa, nella quale fattori anatomici, endocrini, genetici e immunologici interagiscono in modo unico.
È questa la direzione emersa dall’Annual Meeting 2026 della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE), svoltosi a Londra, dove numerosi studi hanno evidenziato come la medicina della riproduzione stia progressivamente abbandonando la logica del “tentativo” per adottare strategie costruite sulle caratteristiche biologiche della singola paziente.
Tra i risultati più significativi figurano due lavori che mettono in discussione alcuni principi considerati fino a oggi quasi indiscutibili nella pratica clinica.
Il mito dell’endometrio trilaminare
Uno dei parametri più utilizzati durante la preparazione dell’endometrio nei cicli di fecondazione assistita è il cosiddetto pattern trilaminare.
All’esame ecografico, un endometrio definito trilaminare presenta tre bande ben distinguibili che riflettono la particolare organizzazione degli strati della mucosa uterina durante la fase proliferativa del ciclo mestruale. Da molti anni questa configurazione viene considerata un indicatore di buona recettività endometriale, tanto che la sua assenza ha spesso portato al rinvio o addirittura alla cancellazione del trasferimento embrionale, soprattutto nei programmi di donazione di ovociti.
Lo studio presentato all’ESHRE 2026 invita però a riconsiderare questa convinzione.
Analizzando un’ampia casistica di cicli effettuati con ovociti donati, i ricercatori hanno osservato che, quando lo spessore dell’endometrio risulta adeguato, la mancanza del classico aspetto trilaminare non riduce i tassi di nascita.
In altre parole, il pattern ecografico da solo non sembra possedere il valore predittivo che gli era stato attribuito.
Il risultato suggerisce che la recettività dell’endometrio dipenda da un insieme molto più complesso di fattori biologici, comprendenti vascolarizzazione, assetto ormonale, espressione genica, stato immunologico e dialogo molecolare con l’embrione.
Per i clinici questo significa evitare cancellazioni non necessarie, riducendo il carico psicologico ed economico per le coppie e limitando ritardi che, in molti casi, potrebbero risultare privi di reale beneficio.
Anche l’utero invecchia
Un secondo studio affronta un tema particolarmente delicato: il ruolo dell’età dell’utero nei programmi di donazione di ovociti.
È noto che l’invecchiamento ovarico rappresenta uno dei principali fattori responsabili della riduzione della fertilità femminile. La qualità degli ovociti diminuisce progressivamente con l’età e aumenta il rischio di anomalie cromosomiche.
L’introduzione della donazione di ovociti ha consentito di superare in larga parte questo limite, utilizzando cellule uovo provenienti da donatrici giovani.
Rimaneva tuttavia aperta una domanda fondamentale: l’utero conserva indefinitamente la propria capacità di sostenere una gravidanza?
I dati presentati a Londra sembrano fornire una risposta chiara.
Pur utilizzando ovociti provenienti da donatrici giovani e quindi biologicamente competenti, i tassi di gravidanza e di nascita diminuiscono in modo significativo dopo i 49 anni.
La spiegazione non risiede nell’embrione, ma nell’invecchiamento dell’apparato riproduttivo materno.
Con il passare degli anni l’endometrio va incontro a modificazioni della vascolarizzazione, della composizione della matrice extracellulare, della risposta agli estrogeni e al progesterone e della capacità di instaurare quel complesso dialogo immunologico necessario all’impianto embrionale.
Anche il miometrio e la funzionalità vascolare uterina possono subire alterazioni che influenzano lo sviluppo della gravidanza.
Questi cambiamenti non impediscono necessariamente una gestazione, ma ne riducono progressivamente la probabilità di successo.
Una consulenza più realistica
Dal punto di vista clinico il messaggio è importante.
La disponibilità di ovociti giovani non elimina completamente gli effetti dell’età materna.
Questo dato assume particolare rilievo in un contesto sociale nel quale la maternità viene sempre più frequentemente rimandata oltre i quarant’anni per ragioni professionali, economiche o personali.
Una corretta consulenza deve quindi distinguere tra il limite biologico rappresentato dagli ovociti e quello, meno noto ma altrettanto reale, rappresentato dall’invecchiamento dell’utero.
Informare le pazienti con dati realistici permette di costruire aspettative più consapevoli e di pianificare il percorso terapeutico in modo più appropriato.
Dalla medicina standard alla medicina di precisione
I risultati presentati all’ESHRE confermano una tendenza ormai evidente in tutta la medicina riproduttiva.
L’obiettivo non è più applicare lo stesso protocollo a tutte le pazienti, ma identificare i fattori realmente determinanti per ciascun caso.
Ecografia, biomarcatori molecolari, profilo endocrino, caratteristiche dell’endometrio, qualità embrionale, età biologica e storia clinica vengono progressivamente integrati in modelli decisionali sempre più sofisticati.
Anche l’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi stanno iniziando a contribuire alla costruzione di percorsi terapeutici personalizzati, capaci di stimare con maggiore precisione le probabilità di successo e di adattare il trattamento alle caratteristiche individuali.
La nuova frontiera della fertilità
La medicina della riproduzione sta dunque entrando nell’era della personalizzazione.
Abbandonare indicatori utilizzati per decenni non significa rinunciare al rigore scientifico; al contrario, significa sostituire convinzioni consolidate con evidenze più robuste.
Il pattern trilaminare non appare più un criterio assoluto per decidere il trasferimento embrionale, mentre emerge con maggiore chiarezza il ruolo dell’età biologica dell’utero anche nei programmi di donazione di ovociti.
Sono risultati che non modificano soltanto alcuni aspetti tecnici della PMA, ma riflettono un cambiamento culturale più ampio: ogni paziente rappresenta una storia biologica irripetibile e richiede decisioni costruite sulla propria specifica realtà clinica.
La medicina della fertilità del futuro sarà sempre meno fondata su protocolli rigidi e sempre più sulla comprensione delle differenze individuali. È questo, probabilmente, il cambiamento più importante emerso dal congresso europeo di Londra.
Bibliografia essenziale
- European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE). Annual Meeting 2026, Londra. Abstract e comunicazioni scientifiche sulle nuove evidenze nella procreazione medicalmente assistita.
- ESHRE Guideline Group. Guideline on ovarian stimulation for IVF/ICSI. Human Reproduction Open, aggiornamenti 2025-2026.
- Bosch E., Broer S., Griesinger G. et al. The endometrium and embryo implantation: current concepts and future directions. Human Reproduction Update.
- Macklon N.S., Geraedts J.P.M., Fauser B.C.J.M. Conception to ongoing pregnancy: the ‘black box’ of early pregnancy loss. Human Reproduction Update.
- Simon A., Laufer N. Assessment and management of repeated implantation failure. Journal of Assisted Reproduction and Genetics.
- European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE). Good Practice Recommendations for Assisted Reproductive Technology, ultime revisioni disponibili.





