La Società Italiana di Gastroenterologia lancia l’allarme: sempre più alimenti industriali sulle nostre tavole, sempre meno dieta mediterranea. E a pagare il conto potrebbe essere soprattutto il nostro intestino.

Aprire una confezione, scaldare pochi minuti nel forno a microonde e il pranzo è servito. Oppure scegliere uno snack confezionato, una bibita zuccherata o uno yogurt aromatizzato per uno spuntino veloce. Sono gesti quotidiani che, negli ultimi decenni, hanno modificato profondamente le nostre abitudini alimentari.

Dietro questa apparente comodità si nasconde però una trasformazione silenziosa della dieta occidentale che oggi preoccupa sempre di più medici e ricercatori. Nei Paesi ad alto reddito i cibi ultra-processati rappresentano ormai dal 50 al 60% dell’apporto energetico giornaliero, una percentuale che cresce rapidamente anche in Italia, tradizionalmente considerata la patria della dieta mediterranea.

L’allarme arriva dalla Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE), che ha recentemente presentato alla Camera dei Deputati le più aggiornate evidenze scientifiche sugli effetti di questi alimenti sulla salute dell’apparato digerente. Le conclusioni confluiranno entro la fine dell’anno in un position paper destinato a rappresentare un punto di riferimento per medici, istituzioni e cittadini.

Che cosa sono davvero i cibi ultra-processati?

Non tutti gli alimenti industriali appartengono a questa categoria. Per distinguerli, gli esperti utilizzano la classificazione NOVA, sviluppata dall’Università di San Paolo in Brasile, che suddivide gli alimenti in quattro gruppi in base al grado di trasformazione.

I cibi ultra-processati costituiscono il quarto livello della classificazione. Sono prodotti realizzati prevalentemente con sostanze estratte dagli alimenti, ingredienti raffinati o sintetizzati industrialmente, ai quali vengono aggiunti numerosi additivi per migliorarne sapore, consistenza, colore e conservazione.

Tra questi rientrano:

  • piatti pronti surgelati;
  • snack confezionati;
  • patatine e merendine;
  • bevande zuccherate;
  • carni lavorate come würstel e alcuni salumi;
  • cereali per la colazione ad alto contenuto di zuccheri;
  • dessert industriali;
  • alcuni yogurt aromatizzati e alla frutta;
  • bevande energetiche e soft drink.

Ciò che accomuna questi prodotti non è soltanto il loro contenuto nutrizionale, ma soprattutto il processo produttivo, che spesso lascia ben poco dell’alimento originario.

Il problema non è solo il contenuto di zuccheri e grassi

Per molti anni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sull’eccesso di calorie, zuccheri, sale e grassi saturi presenti negli alimenti industriali.

Le ricerche più recenti suggeriscono però che il problema sia più complesso.

Gli alimenti ultra-processati contengono infatti emulsionanti, stabilizzanti, dolcificanti artificiali, coloranti, aromi e altre sostanze che possono modificare l’equilibrio del microbiota intestinale, l’enorme comunità di batteri che vive nel nostro intestino e che svolge un ruolo fondamentale nella digestione, nel metabolismo e persino nella regolazione del sistema immunitario.

Alcuni studi sperimentali indicano che determinati additivi potrebbero alterare la barriera intestinale, favorire processi infiammatori cronici e modificare la composizione della flora batterica, condizioni associate a numerose patologie gastrointestinali.

Un rischio crescente per l’apparato digerente

Secondo la SIGE, l’aumento del consumo di alimenti ultra-processati potrebbe contribuire alla crescente diffusione di diverse malattie dell’apparato digerente.

La letteratura scientifica evidenzia associazioni sempre più solide tra un elevato consumo di questi prodotti e un maggiore rischio di:

  • obesità;
  • diabete di tipo 2;
  • sindrome metabolica;
  • steatosi epatica non alcolica;
  • malattie infiammatorie croniche intestinali;
  • sindrome dell’intestino irritabile;
  • tumore del colon-retto.

È importante sottolineare che la maggior parte degli studi oggi disponibili documenta un’associazione statistica e non un rapporto diretto di causa-effetto. Tuttavia, la coerenza dei risultati osservati in numerose popolazioni sta rafforzando il sospetto che questi alimenti svolgano un ruolo indipendente nel favorire diverse patologie croniche.

Il lento abbandono della dieta mediterranea

Il dato forse più preoccupante riguarda il cambiamento culturale che accompagna questa evoluzione alimentare.

L’Italia è stata per decenni il modello internazionale della dieta mediterranea, patrimonio immateriale dell’UNESCO e uno degli schemi nutrizionali più studiati al mondo.

Frutta, verdura, legumi, cereali integrali, olio extravergine d’oliva, pesce e moderate quantità di carne rappresentano ancora oggi il paradigma di un’alimentazione capace di ridurre il rischio cardiovascolare, metabolico e oncologico.

Eppure questo modello viene progressivamente sostituito da prodotti industriali pronti al consumo, spesso scelti per motivi di praticità, costo e rapidità di preparazione.

Secondo il presidente della SIGE, Edoardo Giannini, recuperare la cultura alimentare mediterranea rappresenta uno degli strumenti più efficaci per prevenire molte malattie croniche.

Leggere l’etichetta non basta

Molti consumatori pensano che sia sufficiente controllare la tabella nutrizionale per scegliere un alimento salutare.

In realtà un prodotto può contenere pochi grassi o poche calorie e rientrare comunque nella categoria degli ultra-processati.

Un indicatore utile è rappresentato dalla lista degli ingredienti: quando compaiono numerosi additivi, emulsionanti, aromi artificiali, coloranti, dolcificanti o ingredienti poco familiari, è probabile che ci si trovi di fronte a un alimento fortemente trasformato.

La raccomandazione degli esperti non consiste nell’eliminare completamente questi prodotti, ma nel limitarne il consumo e privilegiare alimenti freschi o minimamente processati.

La prevenzione comincia nel piatto

La crescente diffusione delle malattie croniche legate all’alimentazione impone una riflessione che va oltre il semplice conteggio delle calorie.

Oggi sappiamo che il modo in cui un alimento viene prodotto può essere importante quanto la sua composizione nutrizionale. La qualità della trasformazione industriale, la presenza di additivi e l’impatto sul microbiota intestinale stanno emergendo come nuovi determinanti della salute.

La prevenzione, ricordano i gastroenterologi, continua a partire dalla tavola. Recuperare i principi della dieta mediterranea significa non solo mangiare meglio, ma preservare il delicato equilibrio dell’intestino, un organo che la ricerca considera sempre più centrale nel mantenimento della salute dell’intero organismo.

La sfida dei prossimi anni sarà conciliare le esigenze della vita moderna con un’alimentazione capace di rispettare la fisiologia del nostro apparato digerente. Perché, come ricorda la SIGE, scegliere ogni giorno cosa mettere nel piatto rimane uno dei gesti di prevenzione più semplici, economici ed efficaci che abbiamo a disposizione.

Bibliografia essenziale

  • Monteiro C.A. et al. Ultra-processed foods: what they are and how to identify them. Public Health Nutrition, 2019.
  • Monteiro C.A. et al. The UN Decade of Nutrition, the NOVA food classification and the trouble with ultra-processing. Public Health Nutrition, 2018.
  • Lane M.M. et al. Ultra-processed food and chronic noncommunicable diseases: a systematic review and meta-analysis. Nutrients, 2021.
  • Srour B. et al. Ultra-processed food intake and risk of cardiovascular disease. BMJ, 2019.
  • Pagliai G. et al. Consumption of ultra-processed foods and health status: a systematic review and meta-analysis. British Journal of Nutrition, 2021.
  • Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE). Comunicazioni scientifiche e documentazione preparatoria del Position Paper sugli alimenti ultra-processati, 2025.
  • Ministero della Salute. Linee guida per una sana alimentazione.

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