Il grasso corporeo non è un semplice magazzino di calorie. È un organo metabolicamente attivo, capace di comunicare con il resto dell’organismo e di partecipare ai processi che collegano l’obesità a diabete, malattie cardiovascolari e infiammazione cronica. Uno studio clinico pubblicato su Metabolism individua nell’endotrofina una possibile “spia” dinamica di ciò che accade nel tessuto adiposo: la sua concentrazione nel sangue aumenta quando cresce la massa grassa e diminuisce quando questa si riduce. Ma c’è di più: la molecola potrebbe non limitarsi a segnalare il problema, bensì contribuire a produrlo.
Per molto tempo il tessuto adiposo è stato considerato soprattutto una riserva energetica: quando l’organismo dispone di più energia di quella che consuma, gli adipociti immagazzinano l’eccesso sotto forma di trigliceridi; quando l’energia scarseggia, mobilitano queste riserve.
Questa descrizione è corretta, ma profondamente incompleta.
Oggi sappiamo che il tessuto adiposo è un vero organo endocrino, composto non soltanto da adipociti, ma anche da cellule immunitarie, endoteliali, fibroblasti, precursori adipocitari e altre popolazioni cellulari. Produce inoltre numerose molecole biologicamente attive — le adipochine — attraverso le quali dialoga con fegato, muscolo, pancreas, sistema cardiovascolare e sistema immunitario.
È un concetto richiamato anche nella letteratura scientifica presente nelle raccolte del Giornale dei Biologi: sono state identificate numerose molecole secrete dal tessuto adiposo, fra cui leptina, adiponectina, resistina, interleuchine, TNF-α, TGF-β e VEGF. Attraverso segnali endocrini, paracrini e autocrini, il grasso corporeo partecipa alla regolazione dell’intero metabolismo e, quando diventa disfunzionale, può contribuire a infiammazione cronica, sindrome metabolica, diabete di tipo 2 e patologie cardiovascolari.
La domanda diventa allora: possiamo misurare ciò che sta accadendo nel tessuto adiposo mentre una persona ingrassa o dimagrisce?
Una possibile risposta arriva da una molecola chiamata endotrofina.
Non conta soltanto quanto grasso abbiamo
L’obesità è molto più complessa di una semplice eccedenza di chilogrammi.
Quando il tessuto adiposo aumenta di volume deve continuamente riorganizzarsi. Gli adipociti possono ingrandirsi, se ne possono formare di nuovi, cambia la vascolarizzazione e si modifica la matrice extracellulare, cioè quella complessa impalcatura di proteine che sostiene le cellule e contribuisce a regolare il loro comportamento.
La capacità di realizzare questo adattamento in maniera fisiologica è importante per la salute metabolica. Quando l’espansione diventa disfunzionale possono svilupparsi ipossia, infiltrazione di cellule immunitarie, infiammazione e fibrosi.
L’archivio del Giornale dei Biologi sottolinea proprio questa natura dinamica del tessuto adiposo, descrivendolo come un organo capace di comunicazione inter-organica e di modificare numerosi processi fisiologici e patologici, ben oltre la semplice conservazione dell’energia.
È all’interno di questi processi di rimodellamento della matrice extracellulare che entra in scena l’endotrofina.
Che cos’è l’endotrofina
L’endotrofina è un frammento derivato dalla catena α3 del collagene VI, una componente della matrice extracellulare particolarmente abbondante nel tessuto adiposo.
Quando questa matrice viene prodotta e rimodellata, l’endotrofina può essere liberata nell’ambiente circostante e raggiungere la circolazione sanguigna. Non sembra però essere un semplice prodotto di scarto.
Studi sperimentali condotti negli anni hanno attribuito alla molecola attività biologiche pro-fibrotiche e pro-infiammatorie. In modelli animali, un aumento dell’endotrofina nel tessuto adiposo favorisce infatti fibrosi, infiammazione e insulino-resistenza; la neutralizzazione della molecola mediante anticorpi ha invece attenuato queste alterazioni metaboliche.
Da qui nasce un’ipotesi affascinante: l’endotrofina potrebbe essere contemporaneamente un segnale della sofferenza metabolica del tessuto adiposo e uno degli attori che contribuiscono a determinarla.
Una revisione pubblicata nel 2024 su Endocrine Reviews l’ha infatti descritta come un importante marcatore e potenziale driver dei processi fibro-infiammatori.
Ma rimaneva una domanda essenziale. I livelli di endotrofina nel sangue sono semplicemente più elevati nelle persone che hanno accumulato molto tessuto adiposo nel corso degli anni oppure riescono a modificarsi rapidamente quando una persona ingrassa o dimagrisce?
L’esperimento sull’uomo
A questa domanda ha cercato di rispondere uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Metabolism – Clinical and Experimental da Rodrigo Fernández-Verdejo e colleghi, con ricercatori del Pennington Biomedical Research Center della Louisiana State University, del Touchstone Diabetes Center della University of Texas Southwestern e di altre istituzioni.
Lo studio è particolarmente interessante perché ha analizzato due condizioni metaboliche opposte.
I ricercatori hanno effettuato un’analisi secondaria dei dati individuali provenienti da due precedenti trial clinici, per complessivi 73 adulti sani.
Nel primo studio erano coinvolte 42 persone fra 26 e 49 anni, assegnate per sei mesi a differenti interventi: mantenimento del peso, restrizione calorica del 25%, restrizione calorica del 12,5% associata a un aumento del dispendio energetico del 12,5%, oppure dieta a bassissimo contenuto calorico.
Il secondo studio comprendeva invece 31 adulti fra 20 e 40 anni sottoposti per otto settimane a una iperalimentazione del 40%.
In pratica, un esperimento permetteva di osservare che cosa accadeva all’endotrofina durante la riduzione della massa grassa; l’altro consentiva di studiare il fenomeno nella direzione opposta, durante il suo aumento.
Da meno 11 a più 7 chilogrammi di grasso
Considerando insieme tutti i partecipanti, la variazione della massa grassa andava da una perdita di 11 chilogrammi a un aumento di 7 chilogrammi.
Ed è qui che emerge il risultato principale.
Quando la massa grassa aumentava, aumentava anche l’endotrofina circolante. Quando il grasso corporeo diminuiva, diminuivano anche i livelli della molecola.
L’associazione risultava statisticamente significativa: per ogni chilogrammo di variazione della massa grassa, la concentrazione di endotrofina variava nella stessa direzione di circa 0,76 ng/mL. Considerando invece la percentuale di massa grassa, l’associazione era di circa 0,89 ng/mL per punto percentuale.
Il risultato apparentemente semplice contiene un’informazione importante: l’endotrofina non sembra essere soltanto una sorta di “impronta” lasciata da anni di obesità. Può rispondere anche a variazioni relativamente rapide della quantità di grasso corporeo.
Come ha sottolineato Philipp Scherer, uno degli autori senior dello studio, questo comportamento rende l’endotrofina interessante come indicatore dinamico del rimodellamento del tessuto adiposo, piuttosto che come semplice marcatore della presenza di obesità.
Una sorta di termometro del tessuto adiposo?
È qui che si intravede la possibile applicazione clinica.
Peso corporeo, indice di massa corporea e circonferenza addominale forniscono informazioni importanti, ma descrivono prevalentemente la quantità e la distribuzione del grasso. Non raccontano necessariamente ciò che sta accadendo biologicamente all’interno del tessuto.
Due persone con una quantità simile di grasso corporeo possono infatti presentare profili metabolici differenti.
Un biomarcatore circolante sensibile alle modificazioni del tessuto adiposo potrebbe invece offrire una prospettiva complementare: non soltanto quanto grasso è presente, ma come quel tessuto sta reagendo alle variazioni energetiche dell’organismo.
È però importante non anticipare le conclusioni. Lo studio non dimostra ancora che un test dell’endotrofina possa essere utilizzato nella normale pratica clinica per monitorare una dieta o stabilire il rischio individuale. Dimostra qualcosa di più circoscritto, ma fondamentale: nell’uomo sano, variazioni della massa grassa ottenute sperimentalmente sono associate a variazioni coerenti dell’endotrofina circolante.
Per trasformare questo dato in uno strumento diagnostico saranno necessari studi più ampi e popolazioni cliniche differenti.
Il collegamento con il colesterolo
La ricerca contiene però un secondo risultato ancora più intrigante.
Gli studiosi hanno analizzato se le variazioni dell’endotrofina potessero spiegare almeno in parte l’effetto delle variazioni della massa grassa sul profilo lipidico.
L’analisi esplorativa ha indicato che l’endotrofina potrebbe mediare circa il 15% dell’effetto della massa grassa sul colesterolo totale, con un intervallo di confidenza tuttavia piuttosto ampio.
Il termine “mediare” deve essere interpretato con cautela. Non significa che lo studio abbia dimostrato che l’endotrofina causa direttamente l’aumento del colesterolo, né che il 15% del colesterolo di una persona dipenda da questa molecola.
Significa che i dati sono compatibili con un modello nel quale una parte dell’associazione fra aumento della massa grassa e modificazioni del colesterolo passa attraverso variazioni dell’endotrofina.
Gli stessi autori definiscono questa analisi esplorativa. Saranno quindi necessari esperimenti specificamente progettati per dimostrare un rapporto causale.
Quando il marcatore diventa mediatore
Questa prudenza è particolarmente importante perché esistono già dati sperimentali che suggeriscono un ruolo attivo dell’endotrofina.
In modelli animali, l’eccesso della molecola nel tessuto adiposo ha prodotto un ambiente metabolicamente sfavorevole, caratterizzato da fibrosi e infiammazione e associato a maggiore insulino-resistenza. Ancora più interessante, la neutralizzazione dell’endotrofina mediante un anticorpo ha migliorato alcune delle alterazioni metaboliche indotte da una dieta ricca di grassi.
È necessario sottolineare che questi risultati provengono in larga misura da modelli preclinici e non dimostrano che un trattamento anti-endotrofina sia già efficace o disponibile nell’uomo.
Ma consentono di formulare un’ipotesi terapeutica.
Se la molecola fosse soltanto un biomarcatore, misurarla potrebbe aiutare a osservare l’evoluzione della salute metabolica. Se invece contribuisse direttamente alla disfunzione del tessuto adiposo, bloccarla potrebbe diventare una strategia terapeutica.
Le due possibilità non si escludono.
Dimagrire e rendere il grasso metabolicamente più sano
Le moderne terapie dell’obesità hanno modificato profondamente il panorama clinico. Interventi nutrizionali, attività fisica, chirurgia bariatrica e nuovi farmaci possono produrre riduzioni anche considerevoli del peso corporeo.
La prospettiva aperta dall’endotrofina introduce però una domanda ulteriore: oltre a ridurre la quantità di grasso, possiamo intervenire direttamente sui meccanismi attraverso i quali il tessuto adiposo disfunzionale danneggia l’organismo?
È un cambio di prospettiva importante.
L’obiettivo futuro potrebbe non essere soltanto far diminuire il numero indicato dalla bilancia, ma modificare la qualità biologica del tessuto adiposo: ridurne l’infiammazione, limitarne la fibrosi, migliorarne la capacità di espansione fisiologica e interrompere i segnali che contribuiscono alle complicanze cardiometaboliche.
L’endotrofina potrebbe diventare uno di questi bersagli.
Alcuni degli stessi ricercatori coinvolti nello studio risultano inventori di domande di brevetto riguardanti anticorpi anti-endotrofina; si tratta di un conflitto di interesse dichiarato nell’articolo e rilevante nel valutare con la necessaria prudenza le prospettive terapeutiche.
Un biomarcatore promettente, non ancora un test clinico
La ricerca presenta anche limiti evidenti. Il campione complessivo è relativamente piccolo: 73 persone. I partecipanti erano adulti sani e derivavano da due studi con protocolli molto differenti. Inoltre, l’analisi sull’endotrofina è stata effettuata retrospettivamente sui dati raccolti nei due trial.
Non sappiamo ancora quanto la molecola sia predittiva, a livello individuale, dello sviluppo futuro di diabete, malattie cardiovascolari o altre complicanze dell’obesità. E non sappiamo se abbassarla farmacologicamente nell’uomo produca un beneficio clinico indipendente dalla perdita di peso.
Gli stessi autori concludono quindi che saranno necessari nuovi studi per stabilire se l’endotrofina possa realmente diventare un bersaglio terapeutico per migliorare la salute metabolica.
Ma il valore concettuale del lavoro rimane.
Il grasso come organo che parla
L’endotrofina racconta soprattutto quanto sia cambiata la nostra comprensione del tessuto adiposo.
Il grasso non è una massa inerte che aumenta e diminuisce passivamente. È un tessuto complesso che cresce, si rimodella, costruisce matrice extracellulare, produce ormoni e mediatori, richiama cellule immunitarie e comunica continuamente con il resto dell’organismo. Le fonti scientifiche raccolte dal Giornale dei Biologi sottolineano proprio questa funzione endocrina e la capacità del tessuto adiposo di contribuire, attraverso le molecole che secerne, a processi metabolici e patologici sistemici.
La scoperta più interessante dello studio pubblicato su Metabolism potrebbe quindi non essere semplicemente che più grasso significa più endotrofina.
È che il segnale sembra muoversi in entrambe le direzioni e in tempi relativamente brevi: aumenta quando il tessuto adiposo cresce e diminuisce quando questo si riduce.
Se i prossimi studi confermeranno che queste oscillazioni riflettono realmente lo stato funzionale del tessuto e che l’endotrofina partecipa causalmente alle complicanze metaboliche, potremmo trovarci davanti a qualcosa di più di un nuovo valore da aggiungere agli esami del sangue.
Potremmo avere individuato una delle molecole attraverso le quali il tessuto adiposo racconta ciò che gli sta accadendo — e, contemporaneamente, influenza ciò che accade al resto dell’organismo.
Bibliografia
- Fernández-Verdejo R., Bu D., Zhang N., An Z., Ravussin E., Scherer P.E. Dynamic regulation of circulating endotrophin by changes in fat mass in humans. Metabolism. 2026;182:156679. DOI: 10.1016/j.metabol.2026.156679.
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- Giornale dei Biologi. Approfondimento sulla funzione del tessuto adiposo come organo dinamico nella comunicazione inter-organo e nella regolazione di processi metabolici, infiammatori e fisiopatologici. Giornale dei Biologi, settembre-ottobre 2023.




