Oltre trecento infezioni confermate dall’inizio del 2026, metà delle quali nella forma neuro-invasiva, e una circolazione documentata ormai in gran parte del territorio nazionale. Il West Nile virus torna al centro dell’attenzione sanitaria italiana. Ma i numeri vanno interpretati senza allarmismi: la maggior parte delle infezioni è asintomatica e la letalità delle forme neurologiche risulta, almeno finora, inferiore a quella osservata nello stesso periodo del 2025. La vera sfida è intercettare precocemente la circolazione del virus. Un obiettivo nel quale il lavoro dei biologi, dalla sorveglianza entomologica alla diagnostica molecolare e alla sicurezza trasfusionale, rappresenta uno degli elementi essenziali di una strategia necessariamente One Health.

Una zanzara, un uccello e un essere umano. Per comprendere il West Nile virus bisogna partire da questi tre protagonisti, perché la sua epidemiologia è il risultato di un ciclo biologico nel quale ambiente, animali e salute umana sono strettamente collegati.

E i dati italiani dell’estate 2026 mostrano quanto sia importante osservarli insieme.

Secondo il bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità aggiornato al 19 agosto 2026, dall’inizio dell’anno sono stati segnalati in Italia 312 casi confermati di infezione da West Nile virus (WNV), rispetto ai 226 del precedente aggiornamento. Di questi, 156 hanno sviluppato la forma neuro-invasiva, 115 sono stati classificati come febbre West Nile e 40 sono stati identificati in donatori di sangue asintomatici.

La circolazione interessa 16 Regioni e 60 province. Un’estensione territoriale che merita attenzione, anche se non significa che l’Italia stia necessariamente vivendo una stagione più grave della precedente.

Al contrario, al 19 agosto il numero complessivo dei casi risultava ancora inferiore rispetto allo stesso periodo del 2025, quando ne erano stati notificati 351 con 22 decessi.

È dunque più corretto parlare di una circolazione ampia e in accelerazione nelle ultime settimane, piuttosto che utilizzare automaticamente il termine “emergenza”.

Tredici decessi ufficiali, due ulteriori morti da verificare

Un chiarimento è necessario anche sul numero delle vittime.

Il bollettino ISS del 19 agosto registra ufficialmente 13 decessi, uno dei quali relativo a un caso importato. Nei giorni successivi sono tuttavia deceduti un uomo di 85 anni ricoverato al Policlinico San Matteo di Pavia e una donna di 72 anni residente a Qualiano, nel Napoletano. Al 25 agosto queste due morti dovevano ancora essere recepite dalle verifiche ufficiali della sorveglianza nazionale: se confermate e contabilizzate, porterebbero il totale a 15.

È una distinzione apparentemente formale, ma importante quando si parla di epidemiologia: i dati di sorveglianza devono essere riferiti sempre alla data di consolidamento.

Un altro elemento significativo riguarda la letalità delle forme neuro-invasive: secondo l’ISS è attualmente pari al 7,7%, contro il 13,9% registrato nello stesso periodo del 2025.

Il dato è incoraggiante, ma ancora provvisorio. La stagione di trasmissione non è conclusa e una valutazione definitiva potrà essere effettuata soltanto dopo il consolidamento dei dati.

Un virus che utilizza gli uccelli come serbatoio

West Nile è un virus a RNA appartenente alla famiglia Flaviviridae. È stato isolato per la prima volta nel 1937 nel distretto West Nile dell’Uganda, dal quale deriva il nome. Oggi è presente in vaste aree dell’Africa, del Medio Oriente, delle Americhe, dell’Asia, dell’Oceania e dell’Europa.

Il suo ciclo naturale avviene principalmente fra uccelli e zanzare.

Gli uccelli costituiscono gli ospiti amplificatori: una zanzara che si nutre del sangue di un volatile infetto può acquisire il virus e successivamente trasmetterlo ad altri uccelli.

In Europa i vettori più importanti appartengono al genere Culex, in particolare Culex pipiens, la comune zanzara largamente diffusa anche negli ambienti urbani e periurbani.

L’uomo e altri mammiferi, fra i quali il cavallo, entrano accidentalmente in questo ciclo. Vengono generalmente definiti ospiti terminali (dead-end hosts), perché la quantità di virus presente nel loro sangue è normalmente insufficiente a infettare una nuova zanzara e a mantenere la catena epidemiologica.

È un concetto importante anche per evitare un equivoco frequente: West Nile non si trasmette normalmente da una persona all’altra attraverso i comuni contatti sociali.

Esistono tuttavia modalità eccezionali di trasmissione, in particolare attraverso sangue, emocomponenti e trapianti. Ed è proprio per questo che la sorveglianza dei donatori assume un’importanza strategica.

Ottanta infezioni su cento non si fanno vedere

Una delle caratteristiche epidemiologicamente più insidiose del WNV è la sua capacità di circolare quasi silenziosamente.

Secondo l’ECDC, circa l’80% delle infezioni nell’uomo è asintomatico. Circa il 20% può sviluppare la febbre West Nile, con manifestazioni quali febbre, cefalea, stanchezza, dolori muscolari, nausea, vomito e talvolta eruzione cutanea.

La malattia neuro-invasiva è molto più rara: interessa meno dell’1% degli infetti, ma rappresenta la manifestazione clinicamente più temibile.

Può presentarsi sotto forma di meningite, encefalite o paralisi flaccida acuta, oppure attraverso combinazioni di questi quadri neurologici. Il rischio aumenta soprattutto con l’età e in presenza di alcune condizioni cliniche concomitanti.

Non esistono attualmente né una terapia antivirale specifica per l’infezione umana né un vaccino approvato per l’uomo: nei casi clinici il trattamento è quindi essenzialmente di supporto.

Anche il Giornale dei Biologi aveva richiamato negli anni scorsi l’attenzione sulla peculiarità epidemiologica del virus: Culex pipiens acquisisce l’infezione dagli uccelli e può successivamente trasmetterla all’uomo e ad altri mammiferi.

Più recentemente la stessa rivista ha ricordato che una larga quota delle infezioni rimane asintomatica e che le forme neurologiche costituiscono una piccola minoranza, concentrando il rischio soprattutto negli anziani e nelle persone fragili.

I 40 donatori asintomatici spiegano perché la sorveglianza è fondamentale

Tra i dati più interessanti del bollettino 2026 ci sono probabilmente quei 40 donatori di sangue risultati positivi senza avere sintomi.

Non rappresentano soltanto una categoria statistica.

Mostrano concretamente il motivo per cui non è possibile basare il controllo del West Nile esclusivamente sulla comparsa dei malati.

Una persona può sentirsi perfettamente bene e trovarsi in una fase dell’infezione nella quale il virus è rilevabile. La sicurezza trasfusionale deve quindi funzionare prima che la malattia diventi clinicamente evidente.

Ed è qui che il laboratorio diventa uno degli osservatori privilegiati dell’epidemia.

Il biologo davanti al virus

Il contributo professionale dei biologi si sviluppa su diversi livelli, dal territorio al laboratorio.

Il primo è la sorveglianza entomologica.

Le zanzare vengono catturate attraverso apposite trappole, identificate tassonomicamente e generalmente raggruppate in pool sui quali è possibile ricercare il genoma virale. L’obiettivo non è semplicemente stabilire quante zanzare siano presenti, ma capire dove e quando il virus stia circolando nei vettori.

L’ECDC indica fra le metodiche utilizzabili la RT-qPCR pan-flavivirus, seguita dalla caratterizzazione dei campioni positivi, oppure test RT-qPCR specifici capaci di distinguere WNV lineage 1, lineage 2 e Usutu virus.

La difficoltà è notevole: all’interno di un pool possono esserci pochissime zanzare infette e l’RNA virale deve essere preservato correttamente durante cattura, trasporto, conservazione e identificazione entomologica.

Dietro un punto colorato su una mappa epidemiologica esistono quindi catture sul campo, classificazione degli insetti, biologia molecolare, controlli di qualità e interpretazione dei risultati.

Non soltanto PCR: come si diagnostica West Nile

Anche nella diagnostica umana il ruolo del laboratorio è centrale, ma è opportuno evitare di ridurre tutto alla sola RT-PCR.

Secondo la definizione europea, la conferma può derivare dalla rilevazione dell’acido nucleico virale nel sangue o nel liquido cerebrospinale, dall’isolamento del virus oppure dalla dimostrazione di una risposta anticorpale specifica secondo determinati criteri.

La sierologia ricerca principalmente anticorpi IgM e IgG specifici.

L’interpretazione può tuttavia essere complessa perché West Nile appartiene ai flavivirus e possono verificarsi reazioni crociate con virus antigenicamente correlati. In determinate circostanze sono quindi necessari test di conferma, compresi saggi di neutralizzazione.

La biologia molecolare rimane fondamentale soprattutto quando è possibile ricercare direttamente il genoma virale, ma la diagnosi è il risultato dell’integrazione fra fase dell’infezione, tipo di campione, biologia molecolare, sierologia e quadro clinico.

È proprio questa complessità a mostrare quanto le competenze del biologo di laboratorio siano parte integrante della risposta sanitaria.

Una sentinella prima dell’ospedale

La caratteristica più interessante della sorveglianza entomologica è la possibilità di anticipare, almeno in determinate circostanze, ciò che successivamente potrebbe diventare un problema clinico.

Se il virus viene individuato nelle zanzare o negli uccelli prima della comparsa dei casi umani, le autorità sanitarie dispongono di un segnale precoce.

Il sistema italiano nasce precisamente da questa logica. La sorveglianza nazionale integra infatti componente umana, veterinaria ed entomologica e comprende anche il monitoraggio di Usutu virus, altro flavivirus trasmesso da zanzare che condivide parte del ciclo ecologico di WNV.

È l’applicazione concreta del paradigma One Health: salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente non possono essere considerate compartimenti indipendenti.

Anche il rapporto congiunto ECDC-EFSA sulla sorveglianza di West Nile e Usutu in Europa indica proprio l’approccio One Health come elemento fondamentale per sorveglianza, preparazione e controllo.

Il clima entra nell’equazione

Il West Nile non è un virus nuovo per l’Italia e sarebbe sbagliato attribuire ogni stagione epidemica esclusivamente al cambiamento climatico.

Ma temperatura, precipitazioni, disponibilità di raccolte d’acqua, ecologia degli uccelli e durata della stagione favorevole alle zanzare modificano inevitabilmente le condizioni nelle quali il ciclo virale può svilupparsi.

Già nel 2022 il Giornale dei Biologi richiamava l’attenzione sul possibile contributo delle mutate condizioni climatiche alla maggiore persistenza stagionale delle zanzare e, di conseguenza, delle infezioni da esse trasmesse.

Nel 2025 la rivista è tornata sul problema osservando come il cambiamento climatico, modificando l’ecosistema dei vettori, possa contribuire ad allungare i periodi favorevoli alla proliferazione e alla trasmissione virale.

La relazione non è comunque lineare: la dinamica di WNV dipende contemporaneamente da vettori, popolazioni aviarie, condizioni meteorologiche, uso del territorio e caratteristiche locali dell’ecosistema.

La prevenzione comincia da pochi centimetri d’acqua

Se non disponiamo di un vaccino umano e non esiste un antivirale specifico, la prevenzione assume un’importanza ancora maggiore.

Una parte del lavoro riguarda le autorità sanitarie e i programmi di controllo dei vettori. Un’altra dipende dai comportamenti individuali.

Le misure più utili comprendono l’impiego di repellenti, l’uso di zanzariere, indumenti che riducano la superficie cutanea esposta nelle situazioni a rischio e la riduzione dei siti nei quali le zanzare possono riprodursi.

Quest’ultimo intervento è particolarmente importante nelle abitazioni.

Sottovasi, secchi, annaffiatoi, contenitori lasciati all’aperto, teli nei quali si raccoglie acqua e recipienti inutilizzati possono trasformarsi in piccoli habitat larvali. Anche il Giornale dei Biologi ricorda di eliminare l’acqua stagnante dai sottovasi, cambiare frequentemente quella destinata agli animali domestici e utilizzare zanzariere e repellenti.

Sono gesti banali soltanto in apparenza. Il controllo di una malattia trasmessa da vettori passa anche attraverso la riduzione delle opportunità riproduttive dell’insetto.

Una rete invisibile di professionisti

Quando leggiamo che il virus è stato trovato in una nuova provincia, il dato finale nasconde una rete molto più vasta.

Qualcuno ha posizionato le trappole. Qualcuno ha raccolto le zanzare. Qualcuno le ha identificate. Un laboratorio ha estratto RNA e ricercato il virus. Altri professionisti hanno analizzato campioni biologici provenienti dai pazienti o dai donatori di sangue. Epidemiologi hanno collegato queste informazioni con quelle cliniche, veterinarie e territoriali.

Il biologo attraversa molte di queste fasi.

È entomologo quando identifica e studia il vettore; microbiologo e virologo quando analizza il patogeno; biologo molecolare quando ricerca e caratterizza il genoma virale; professionista di laboratorio quando partecipa alla diagnostica; componente della rete di sicurezza quando contribuisce al controllo delle sostanze di origine umana.

Non si tratta dunque di rivendicare corporativamente una professione, ma di riconoscere un fatto: le malattie trasmesse da vettori sono problemi biologici prima ancora di diventare problemi clinici.

Conoscere prima per intervenire prima

I dati dell’estate 2026 non autorizzano né minimizzazioni né allarmismi.

Al 19 agosto l’ISS documentava 312 infezioni confermate, 156 forme neuro-invasive, 115 febbri West Nile, 40 positività asintomatiche nei donatori e 13 decessi ufficialmente notificati. Dopo quella data sono state segnalate altre due morti, ancora da consolidare nel conteggio nazionale.

La letalità delle forme neuro-invasive appare inferiore a quella dello stesso periodo del 2025, ma la presenza del virus in 16 Regioni dimostra quanto la sua geografia italiana sia ormai estesa.

La risposta più efficace non consiste quindi nell’attendere l’aumento dei ricoveri.

Consiste nel cercare il virus prima: nelle zanzare, negli animali sentinella, nei donatori, nei campioni biologici dei pazienti. Significa mettere in comunicazione entomologia, veterinaria, microbiologia, medicina, epidemiologia e tutela dell’ambiente.

La battaglia contro West Nile si gioca, in altre parole, su una rete di sorveglianza molto più vasta del reparto ospedaliero.

E forse i 40 donatori asintomatici individuati quest’anno rappresentano meglio di qualsiasi altra statistica il valore di questa strategia: la sanità pubblica funziona davvero quando riesce a vedere ciò che ancora non produce sintomi.

Bibliografia e fonti

  1. Istituto Superiore di Sanità – Epicentro. Sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia: dati al 19 agosto 2026, Report n. 4, 20 agosto 2026.
    Pagina ISS sulla sorveglianza West Nile
  2. Istituto Superiore di Sanità – Epicentro. Febbre West Nile: informazioni generali. Ciclo di trasmissione, serbatoi, vettori e modalità di infezione.
  3. Ministero della Salute. West Nile (WND) – Salute umana, aggiornamento 4 maggio 2026. Informazioni su trasmissione, diagnosi, prevenzione e sorveglianza.
    Scheda del Ministero della Salute
  4. European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC). Factsheet about West Nile virus infection. Epidemiologia, ciclo biologico, manifestazioni cliniche e diagnostica di laboratorio.
  5. European Centre for Disease Prevention and Control – European Food Safety Authority. Surveillance, prevention and control of West Nile virus and Usutu virus infections in the EU/EEA. Stockholm: ECDC; 2023. Approccio One Health, diagnostica, sorveglianza e controllo dei vettori.
  6. Giornale dei Biologi. Non solo il vaiolo delle scimmie: le altre malattie tropicali in Italia. Luglio-agosto 2022. Approfondimento sulla trasmissione di WNV attraverso Culex pipiens e sul rapporto fra vettori, uccelli e infezioni umane.
  7. Giornale dei Biologi. Approfondimento sulla West Nile, settembre 2025. Epidemiologia, forme cliniche, prevenzione delle punture e controllo dei ristagni d’acqua.
  8. European Centre for Disease Prevention and Control. West Nile virus infection. Dati generali sulla proporzione di infezioni asintomatiche, febbre West Nile, forme neuro-invasive e misure di protezione individuale.

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