La sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la perquisizione della sede del Grande Oriente d’Italia e il sequestro degli elenchi degli iscritti alle logge di Calabria e Sicilia rappresenta uno dei passaggi più significativi nella storia recente della tutela delle libertà associative in Europa.
A distanza di anni dai fatti del 2017, la decisione della Corte di Strasburgo ha assunto un valore che supera il caso specifico della Massoneria italiana, riaffermando un principio fondamentale dello Stato di diritto: nessuna associazione legalmente costituita può subire un’ingerenza così invasiva senza una motivazione adeguata, specifica e proporzionata.
Su questa linea si collocano tanto le dichiarazioni del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Antonio Seminario quanto quelle del suo predecessore Stefano Bisi, protagonista della lunga battaglia giudiziaria culminata con la pronuncia della Corte europea.
Dal blitz del 2017 alla pronuncia di Strasburgo
La vicenda ebbe origine quando la Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, avviò un’indagine sui possibili rapporti tra criminalità organizzata e alcune logge massoniche.
Il Grande Oriente d’Italia rifiutò di consegnare spontaneamente gli elenchi degli iscritti, sostenendo che tale richiesta violasse la normativa sulla tutela dei dati personali e la libertà di associazione garantita dalla Costituzione.
Il 1° marzo 2017 la Guardia di Finanza eseguì quindi una lunga perquisizione presso Villa Il Vascello, sede nazionale del Grande Oriente d’Italia, sequestrando migliaia di nominativi relativi alle logge di Calabria e Sicilia. Quel provvedimento diede origine a un contenzioso durato sette anni, conclusosi con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha riconosciuto la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea, dedicato al diritto al rispetto della vita privata e della vita associativa.
Stefano Bisi: una battaglia combattuta in nome dei diritti costituzionali
Per Stefano Bisi quella vicenda non ha mai rappresentato esclusivamente un problema interno al Grande Oriente d’Italia.
Nel volume C’è un giudice a Strasburgo, scritto dopo la decisione della Corte, l’ex Gran Maestro ricostruisce tutte le tappe del procedimento e racconta l’emozione del momento in cui ricevette la comunicazione della sentenza.
Bisi ricorda come la Corte abbia riconosciuto che la perquisizione e il sequestro costituivano una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea, osservando che il mandato non era sufficientemente motivato e che nessun illecito era stato contestato al Grande Oriente d’Italia tale da giustificare un’ingerenza tanto ampia nella vita dell’associazione.
Per il Gran Maestro emerito la vicenda rappresenta soprattutto una battaglia contro quella che definisce “massofobia”, cioè il pregiudizio che per decenni ha accompagnato il dibattito pubblico sulla Massoneria italiana.
La sentenza di Strasburgo, secondo questa lettura, costituisce il riconoscimento che la libertà associativa non può essere compressa sulla base di sospetti generici o di valutazioni fondate sull’appartenenza a una determinata organizzazione.
Antonio Seminario: la continuità di un principio
Subentrato alla guida del Grande Oriente d’Italia nell’aprile 2024, Antonio Seminario ha collocato la decisione della Corte europea all’interno di una prospettiva ancora più ampia.
Nel programma illustrato ai Fratelli, il Gran Maestro ricorda come il Grande Oriente abbia difeso il proprio onore “in ogni sede, parlamentare e giudiziaria”, sottolineando che il ricorso alla Corte europea è nato proprio per contestare il sequestro degli elenchi degli iscritti di Calabria e Sicilia. Egli evidenzia inoltre che la Corte europea, dopo avere dichiarato ammissibile il ricorso, ha infine accolto le ragioni della Comunione, riconoscendo l’illegittimità dell’interferenza subita.
La continuità con l’impostazione di Stefano Bisi è evidente.
Per Seminario, infatti, il punto centrale non riguarda esclusivamente il Grande Oriente d’Italia, ma la difesa dei diritti fondamentali che appartengono a ogni cittadino e a ogni associazione legittimamente costituita.
È un’impostazione coerente con la cultura giuridica europea, secondo la quale la libertà di associazione costituisce uno dei pilastri della democrazia pluralista.
Una sentenza che riguarda tutti
L’aspetto forse più importante della decisione della Corte europea consiste proprio nella sua portata generale.
I giudici di Strasburgo non hanno espresso alcun giudizio sulla Massoneria in quanto istituzione.
Hanno invece ricordato che l’appartenenza a un’associazione rappresenta un elemento della vita privata meritevole di tutela e che lo Stato, anche quando persegue finalità legittime come il contrasto alla criminalità organizzata, deve sempre rispettare il principio di proporzionalità.
Il mandato di perquisizione, secondo la Corte, non spiegava in modo sufficientemente dettagliato perché fosse necessario acquisire indiscriminatamente migliaia di nominativi.
Da qui la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea.
Si tratta di un principio destinato a valere per ogni associazione: sindacati, confessioni religiose, partiti politici, ordini professionali, organizzazioni culturali e tutte le altre formazioni sociali riconosciute dall’ordinamento democratico.
La “Giornata della Fierezza”
Non è un caso che il Grande Oriente d’Italia abbia scelto il 1° marzo — anniversario della perquisizione di Villa Il Vascello — come “Giornata della Fierezza”.
Secondo quanto illustrato nelle pubblicazioni ufficiali della Comunione, quella ricorrenza vuole ricordare non tanto un momento di conflitto istituzionale quanto la riaffermazione di un principio fondamentale: la libertà associativa costituisce un diritto che appartiene a tutti e non può essere limitato senza rigorose garanzie giuridiche.
Le pubblicazioni del Grande Oriente descrivono la sentenza della CEDU come una “vittoria morale e giuridica”, capace di riaffermare il diritto di ogni associazione lecita a preservare la propria autonomia e la riservatezza dei propri aderenti rispetto a interferenze non adeguatamente motivate.
Un messaggio che va oltre la Massoneria
Le riflessioni di Stefano Bisi e Antonio Seminario convergono dunque su un punto essenziale.
La vicenda del 2017 non viene interpretata esclusivamente come un episodio riguardante la Massoneria italiana, ma come una questione di principi costituzionali.
Il diritto alla riservatezza, la libertà di associazione e il principio di proporzionalità costituiscono infatti garanzie poste a tutela di tutti i cittadini.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ricorda che nessuna esigenza investigativa, pur legittima, può prescindere dal rispetto delle garanzie fondamentali previste dalla Convenzione europea e dalla Costituzione italiana.
È probabilmente questo il lascito più importante della decisione di Strasburgo: avere riaffermato che la forza dello Stato di diritto si misura proprio nella capacità di tutelare i diritti anche quando essi riguardano soggetti controversi o minoritari.
Bibliografia essenziale
- Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Oriente d’Italia c. Italia, sentenza del 19 dicembre 2024.
- Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 8.
- Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 2, 15 e 18.
- Stefano Bisi, C’è un giudice a Strasburgo, Grande Oriente d’Italia.
- Erasmo, dicembre 2025, dossier “Sentenza CEDU” e articolo “C’è un giudice a Strasburgo”.
- Erasmo, marzo 2025, articolo “Giornata della Fierezza”.
- Erasmo, gennaio-giugno 2026, relazione della Giunta del Grande Oriente d’Italia sulle iniziative giudiziarie e sul ricorso alla CEDU.





