Un gruppo della Jiangnan University ha ricostruito in Saccharomyces cerevisiae una via biosintetica completa per produrre acido L-(+)-tartarico. Il risultato combina ricerca di enzimi, ingegneria metabolica e intelligenza artificiale. La produzione ottenuta è ancora troppo bassa per l’industria, ma dimostra che trasformare il lievito in una piccola “fabbrica” di acido tartarico è biologicamente possibile.

Chiunque abbia assaggiato dell’uva ha probabilmente incontrato l’acido tartarico senza saperlo. È uno degli acidi organici caratteristici dell’uva e del vino e contribuisce in modo importante alla loro acidità. Ma la sua presenza non si limita alla viticoltura: l’acido tartarico e i suoi sali trovano applicazione nell’industria alimentare, farmaceutica, chimica e in altri settori produttivi.

Da oltre due secoli questa molecola occupa inoltre un posto particolare nella storia della chimica. Fu proprio studiando i cristalli dei tartrati che Louis Pasteur, nel 1848, riuscì a separare manualmente forme molecolari speculari, contribuendo alla nascita della stereochimica.

Oggi l’acido tartarico torna al centro di una storia scientifica molto diversa.

Un gruppo internazionale coordinato dalla Jiangnan University, in Cina, ha dimostrato che la forma L-(+), quella di maggiore interesse industriale, può essere prodotta de novo utilizzando cellule di lievito geneticamente ingegnerizzate.

Il lavoro, pubblicato il 1° agosto 2026 su Nature Communications, non presenta ancora un processo industrialmente competitivo: in un bioreattore da cinque litri la concentrazione finale è stata appena 6,59 milligrammi per litro. Ma il valore scientifico della ricerca sta altrove. Per la prima volta è stata costruita in Saccharomyces cerevisiae una via biosintetica completa che conduce alla produzione di L-(+)-acido tartarico, chiarendo contemporaneamente uno dei passaggi enzimatici che per decenni erano rimasti incompleti.

Una molecola con una destra e una sinistra

Per capire perché la ricerca sia interessante bisogna partire dalla struttura dell’acido tartarico.

La molecola è chirale. In chimica, la chiralità descrive molecole che possono esistere in forme spaziali speculari non sovrapponibili, un po’ come la mano destra e la mano sinistra.

Questa proprietà non è una curiosità geometrica. Nei sistemi biologici la disposizione tridimensionale degli atomi può determinare il modo in cui una molecola interagisce con enzimi, recettori e altre strutture cellulari.

La forma sulla quale si concentra il nuovo studio è l’acido L-(+)-tartarico, indicato dagli autori come L-TA, un acido organico chirale di elevato valore utilizzato in particolare nei settori alimentare e farmaceutico.

In natura è strettamente associato all’uva e ad altre piante, ma la sua biosintesi è sorprendentemente complessa.

Ed è proprio questa complessità ad avere rappresentato uno degli ostacoli alla costruzione di una fabbrica microbica capace di produrlo.

Il pezzo mancante della via biosintetica

Una parte importante della biosintesi vegetale dell’acido tartarico era conosciuta da tempo.

Nell’uva, per esempio, una delle principali vie parte dall’acido ascorbico, cioè la vitamina C. Attraverso una serie di trasformazioni si forma un composto a sei atomi di carbonio chiamato 5-keto-D-gluconato, o 5-KGA. Da qui la molecola deve essere trasformata nel prodotto finale a quattro atomi di carbonio.

Ed era proprio questo tratto della strada a non essere stato completamente definito.

Una revisione della letteratura sulla biosintesi dell’acido tartarico nelle piante descriveva ancora il passaggio dal 5-KGA come comprendente una scissione enzimatica non completamente chiarita, seguita dalla formazione di un intermedio a quattro atomi di carbonio e dalla sua ossidazione ad acido tartarico.

Già studi precedenti avevano fornito indizi importanti. Esperimenti biochimici e metabolici indicavano il 5-KGA come precursore dell’acido tartarico, mentre lavori più recenti avevano suggerito che una transchetolasi potesse partecipare alla scissione della molecola.

Il nuovo lavoro ha cercato di completare il puzzle.

Due enzimi per arrivare all’acido tartarico

Xuan Zhou e collaboratori hanno adottato una strategia che definiscono reaction-guided enzyme mining, cioè una ricerca di enzimi guidata dalla reazione chimica che si desidera realizzare.

Invece di partire semplicemente dalla somiglianza fra sequenze genetiche, si parte dalla trasformazione necessaria e si cercano proteine potenzialmente capaci di catalizzarla.

I ricercatori hanno così ricostruito la conversione del 5-keto-D-gluconato in L-(+)-acido tartarico attraverso due passaggi enzimatici.

Il primo coinvolge una transchetolasi (TK).

L’enzima trasforma il 5-KGA generando un intermedio a quattro atomi di carbonio, il semialdeide dell’acido tartarico.

A quel punto interviene il secondo enzima, una succinato-semialdeide deidrogenasi (SSDH), che attraverso una reazione di ossidazione porta alla formazione dell’acido L-(+)-tartarico.

Schematicamente:

5-KGA → semialdeide dell’acido tartarico → L-(+)-acido tartarico

Può sembrare una piccola sequenza di due frecce.

In realtà identificare gli enzimi capaci di far funzionare efficacemente quelle due frecce all’interno di un organismo che normalmente non produce acido tartarico rappresenta il cuore del problema.

Non basta trovare un enzima

Uno degli insegnamenti più importanti della biologia sintetica è che conoscere il tipo di enzima necessario non significa automaticamente possedere l’enzima migliore.

In natura esistono enormi famiglie di proteine apparentemente simili. Enzimi classificati nella stessa categoria possono però comportarsi in maniera molto diversa nei confronti di un determinato substrato.

Immaginiamo di trovare migliaia di possibili transchetolasi e centinaia di deidrogenasi.

Quali scegliere?

Verificarle tutte sperimentalmente richiederebbe enormi quantità di tempo e risorse.

È qui che nello studio entra in scena ECHO.

ECHO: scegliere gli enzimi con l’aiuto del computer

Gli autori hanno sviluppato un sistema chiamato Enzyme Commission-specific Catalytic Hybrid Optimizer, abbreviato ECHO.

Si tratta di un framework computazionale multimodale progettato per prioritizzare gli enzimi potenzialmente più efficienti per la reazione desiderata.

Il sistema non considera una sola informazione. Integra dati relativi alla sequenza della proteina, alla struttura del substrato e alle caratteristiche tridimensionali della tasca catalitica dell’enzima.

Quest’ultimo elemento è particolarmente importante.

Un enzima può essere immaginato, con tutte le semplificazioni del caso, come una struttura tridimensionale dotata di una cavità nella quale entra il substrato. Non basta quindi sapere che due proteine possiedono sequenze simili: bisogna valutare se la geometria e le proprietà chimiche del loro sito attivo siano adatte alla molecola che vogliamo trasformare.

ECHO ha permesso agli studiosi di classificare i candidati e individuare combinazioni promettenti di TK e SSDH da sottoporre successivamente alla verifica sperimentale.

È un esempio interessante di come strumenti computazionali e sperimentazione possano essere integrati: l’algoritmo non sostituisce il laboratorio, ma restringe il numero delle possibilità che il laboratorio deve esplorare.

Dal singolo enzima alla fabbrica cellulare

Risolvere la conversione finale non era però sufficiente.

Se l’obiettivo è produrre acido tartarico de novo, il lievito deve essere capace di costruire anche il suo precursore.

I ricercatori hanno quindi trasformato Saccharomyces cerevisiae in una piattaforma composta da più moduli metabolici.

Un modulo produce il precursore 5-KGA.

Un secondo realizza la conversione del 5-KGA in acido tartarico attraverso la coppia TK-SSDH.

Altri interventi riguardano invece la disponibilità dei cofattori, piccole molecole indispensabili al funzionamento di molti enzimi.

È un punto fondamentale dell’ingegneria metabolica. Inserire una nuova reazione in una cellula significa modificare una rete nella quale migliaia di trasformazioni competono continuamente per substrati, energia e cofattori.

Un enzima può essere molto efficiente in provetta e funzionare male nella cellula semplicemente perché non trova abbastanza cofattore oppure perché il suo substrato viene consumato da una via metabolica concorrente.

Per questo gli autori hanno affiancato alla costruzione della via anche cofactor engineering e interventi di ingegneria proteica semi-razionale.

Perché usare Saccharomyces cerevisiae?

La scelta del lievito non è casuale.

Saccharomyces cerevisiae accompagna l’umanità da millenni attraverso fermentazioni alimentari come quelle del pane, della birra e del vino. Oggi è anche uno degli organismi modello più studiati della biologia e uno dei principali “chassis” della biologia sintetica.

Conosciamo molto bene il suo genoma e il suo metabolismo; possediamo numerosi strumenti per modificarne l’espressione genetica e possiamo coltivarlo in fermentatori su scala crescente.

La moderna ingegneria metabolica sfrutta proprio queste caratteristiche per trasformare il lievito in una cell factory, una fabbrica cellulare.

L’obiettivo è convincere la cellula a destinare una parte del carbonio e dell’energia che normalmente utilizzerebbe per crescere alla produzione della molecola desiderata.

Lo stesso principio viene studiato per farmaci, aromi, acidi organici, biocarburanti e numerose altre molecole. Nel 2026, per esempio, un altro lavoro pubblicato su Nature Communications ha mostrato la produzione microbica di acido sorbico mediante S. cerevisiae, nell’ambito della ricerca di processi alternativi alla sintesi basata su materie prime fossili.

Il nuovo lavoro sull’acido tartarico appartiene alla stessa trasformazione tecnologica: spostare parte della produzione chimica dal reattore tradizionale alla cellula programmata.

Da dove arriva il carbonio?

La parola de novo è essenziale.

Non significa semplicemente prendere 5-KGA già prodotto e utilizzare un lievito per completare l’ultima trasformazione.

Gli autori hanno integrato nella cellula anche il modulo necessario alla sintesi del precursore, costruendo quindi una sequenza metabolica che conduce alla molecola finale all’interno della piattaforma microbica.

Il 5-KGA è da tempo noto come un importante intermedio per la produzione dell’acido tartarico. Già precedenti studi avevano ingegnerizzato batteri del genere Gluconobacter per trasformare glucosio in 5-KGA.

Nel 2024, per esempio, un lavoro su Gluconobacter oxydans aveva ulteriormente ottimizzato la produzione fermentativa di 5-KGA e la successiva conversione in L-(+)-acido tartarico. Ma si trattava ancora di una strategia nella quale produzione biologica del precursore e conversione successiva rimanevano concettualmente distinte.

La novità del lavoro della Jiangnan University consiste invece nell’avere assemblato una biosintesi de novo in un unico chassis di lievito.

Il banco di prova: cinque litri

Dopo avere costruito e progressivamente ottimizzato i ceppi, i ricercatori sono passati dal livello delle piccole colture di laboratorio a un bioreattore da cinque litri.

È un passaggio necessario perché una via metabolica che funziona in pochi millilitri non necessariamente conserva lo stesso comportamento aumentando la scala.

In un fermentatore cambiano infatti disponibilità di ossigeno, trasferimento di massa, concentrazione dei nutrienti, pH e dinamica della crescita cellulare.

Il ceppo finale ha raggiunto una concentrazione di L-(+)-acido tartarico di:

6,59 mg/L.

È contemporaneamente il dato più importante e quello che impone maggiore prudenza.

6,59 milligrammi non sono ancora industria

Presentare il risultato come l’imminente sostituzione dei processi industriali tradizionali sarebbe profondamente fuorviante.

Una concentrazione di 6,59 milligrammi per litro è molto bassa per una produzione industriale di un acido organico.

Il valore dello studio è quindi soprattutto una proof of concept, una dimostrazione di fattibilità.

La domanda alla quale il lavoro risponde non è ancora:

Possiamo produrre economicamente acido tartarico con il lievito?

La domanda è:

Possiamo costruire una cellula di lievito capace di sintetizzare de novo L-(+)-acido tartarico attraverso una via metabolica definita?

A questa seconda domanda lo studio risponde positivamente.

Ed è una differenza fondamentale.

Dalla fattibilità alla produttività

Per trasformare la piattaforma in una tecnologia industriale occorrerà aumentare drasticamente la quantità di prodotto.

Gli ostacoli potenziali sono numerosi.

Bisognerà incrementare il flusso di carbonio verso il 5-KGA, ridurre le vie metaboliche concorrenti, migliorare ulteriormente l’attività degli enzimi, bilanciare i cofattori e verificare se l’accumulo dell’acido tartarico produca effetti tossici sulla cellula.

Sarà inoltre necessario ottimizzare trasporto ed esportazione del prodotto.

Una cellula industriale ideale non deve soltanto sintetizzare una molecola: deve produrla rapidamente, in grande quantità, con elevata resa rispetto al substrato e senza compromettere eccessivamente la propria crescita.

A questo si aggiungono problemi di processo: fermentazione, separazione del prodotto dal brodo di coltura, purificazione, consumo energetico e costo delle materie prime.

Soltanto considerando l’intero ciclo produttivo sarà possibile stabilire se una futura fermentazione microbica dell’acido tartarico possa essere realmente più conveniente e sostenibile delle tecnologie esistenti.

“Green” non significa automaticamente sostenibile

Gli autori descrivono la piattaforma come un passo verso una produzione più verde.

La prospettiva è ragionevole, ma va interpretata con cautela.

Un processo biologico non è automaticamente sostenibile soltanto perché utilizza un microrganismo.

La sostenibilità dipende dalla provenienza del substrato, dall’energia necessaria per mantenere il fermentatore, dall’ossigenazione, dai nutrienti utilizzati, dalla produttività, dalla purificazione finale e dal trattamento dei residui.

Se per ottenere pochi milligrammi di prodotto fosse necessario consumare grandi quantità di energia e materiali, il vantaggio ambientale scomparirebbe.

La vera verifica, qualora la tecnologia raggiungesse rese industrialmente significative, dovrebbe quindi comprendere anche analisi del ciclo di vita e valutazioni tecnico-economiche.

Un altro risultato nascosto nello studio: il metodo

C’è infine un aspetto del lavoro che potrebbe rivelarsi persino più importante dell’acido tartarico stesso.

Gli autori non hanno semplicemente costruito una via metabolica.

Hanno proposto un workflow.

Il procedimento può essere riassunto così:

definire la reazione mancante → cercare enzimi candidati → testarli sperimentalmente → utilizzare ECHO per prioritizzare le combinazioni → ottimizzare le proteine → assemblare i moduli metabolici → bilanciare i cofattori → verificare la produzione nel bioreattore.

Questa strategia potrebbe essere applicata ad altre molecole per le quali conosciamo una trasformazione chimicamente plausibile ma non disponiamo ancora di un percorso biologico sufficientemente efficiente.

È qui che strumenti computazionali come ECHO diventano particolarmente interessanti.

La biodiversità contiene un’enorme biblioteca di enzimi. Genomi e metagenomi ci hanno fornito milioni di sequenze proteiche, molte delle quali ancora poco caratterizzate. Il problema non è più soltanto trovare una sequenza, ma capire quale fra migliaia di proteine sia più adatta a svolgere una reazione specifica.

L’integrazione tra modellistica computazionale, strutture proteiche e verifica sperimentale può accelerare enormemente questa ricerca.

Dal vigneto al fermentatore

L’acido tartarico possiede quasi il valore simbolico ideale per raccontare l’evoluzione delle biotecnologie.

Per secoli lo abbiamo conosciuto attraverso l’uva e il vino. Nell’Ottocento i suoi cristalli contribuirono alla nascita della stereochimica. Nel Novecento la biochimica iniziò a ricostruire le vie attraverso le quali le piante lo producono. Nel XXI secolo stiamo provando a trasferire e reinventare quelle trasformazioni dentro organismi programmabili.

La concentrazione ottenuta dal gruppo della Jiangnan University — 6,59 mg/L — è ancora lontanissima da ciò che servirebbe a una fabbrica.

Ma in biologia sintetica il primo traguardo non è sempre produrre molto.

Talvolta è dimostrare che una via che prima non esisteva in un organismo può essere costruita e fatta funzionare.

Da questo punto di vista, il risultato è significativo: il lievito non produce naturalmente quantità industrialmente utili di acido L-(+)-tartarico, ma una combinazione di ricerca enzimatica, modellistica computazionale e ingegneria metabolica gli ha fornito le istruzioni per cominciare a farlo.

La strada dal laboratorio all’industria resta lunga. Ma ora, almeno, esiste una strada.

Bibliografia di riferimento

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