Per decenni abbiamo classificato sovrappeso e obesità soprattutto attraverso il BMI, un numero ricavato dal rapporto fra peso e altezza. Ma due persone con lo stesso BMI possono avere quantità e, soprattutto, distribuzioni del grasso molto differenti. Un grande studio pubblicato su JACC, condotto su quasi 260 mila persone seguite per una mediana di vent’anni, mostra che circonferenza della vita e rapporto vita-fianchi aggiungono informazioni importanti sul rischio cardiovascolare, anche nelle persone considerate normopeso. Il messaggio per la prevenzione è semplice: non conta soltanto quanto pesiamo. Conta anche dove accumuliamo il grasso.

Per valutare rapidamente se una persona si trova in una condizione di normopeso, sovrappeso o obesità, da decenni utilizziamo un calcolo elementare: il Body Mass Index, o BMI, ottenuto dividendo il peso espresso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri.

È uno strumento economico, riproducibile e molto utile negli studi epidemiologici. Ma possiede un limite fondamentale: non sa che cosa compone quei chilogrammi e non sa dove sono distribuiti.

Una persona con una notevole massa muscolare e una persona con molta massa grassa possono avere lo stesso BMI. Due individui con identico peso e identica altezza possono inoltre accumulare il grasso in regioni corporee differenti.

Ed è proprio questa seconda differenza ad avere conseguenze metaboliche importanti.

Un nuovo grande studio pubblicato nell’agosto 2026 sul Journal of the American College of Cardiology (JACC) mostra quanto possa essere utile aggiungere alla bilancia uno strumento molto più semplice: un metro da sarta.

Prima, una correzione importante sulla fonte

La traccia associa questi risultati al DOI 10.1016/j.jchf.2026.103242. Quel DOI, tuttavia, corrisponde a uno studio differente, pubblicato su JACC: Heart Failure, dedicato alla composizione corporea nei pazienti con scompenso cardiaco mediante risonanza magnetica e DXA.

Lo studio su quasi 260 mila persone al quale fanno riferimento i dati della traccia è invece:

Dardari Z.A. et al., “Risk Reclassification Beyond BMI by Waist Circumference and Waist-to-Hip Ratio Across 9 Cardiovascular Outcomes: Results From the Cross-Cohort Collaboration”, JACC, 2026;88(6):670-684, DOI 10.1016/j.jacc.2026.05.050.

La distinzione è importante perché i due lavori affrontano questioni collegate, ma utilizzano popolazioni e metodologie completamente differenti.

Quasi 260 mila persone osservate per vent’anni

Lo studio di Dardari e colleghi ha riunito i dati della Cross-Cohort Collaboration, comprendendo 259.388 partecipanti provenienti da 15 coorti.

I ricercatori disponevano, oltre che del BMI, della circonferenza della vita oppure del waist-to-hip ratio (WHR), cioè il rapporto fra circonferenza della vita e circonferenza dei fianchi.

Il follow-up mediano è stato di 20 anni.

L’obiettivo era verificare se queste misure dell’adiposità centrale potessero modificare la valutazione del rischio derivata dalle tradizionali categorie di normopeso, sovrappeso e obesità basate sul BMI.

E non è stato considerato un singolo evento.

Gli studiosi hanno analizzato nove esiti: infarto miocardico fatale e non fatale, ictus fatale e non fatale, scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, cardiopatia coronarica complessiva, malattia cardiovascolare complessiva, mortalità coronarica, mortalità cardiovascolare e mortalità per tutte le cause.

La dimensione dello studio e la durata dell’osservazione permettono quindi di affrontare una domanda molto concreta: quante informazioni perdiamo quando guardiamo soltanto il BMI?

La risposta è: non poche.

Il normopeso che nasconde il grasso addominale

Uno dei risultati più interessanti riguarda proprio le persone che, secondo il BMI, non avrebbero un problema di peso.

Tra i partecipanti classificati come normopeso, il 5% presentava comunque una circonferenza della vita elevata e ben il 18% aveva un rapporto vita-fianchi elevato.

La discordanza diventava ancora più evidente nel sovrappeso: il 39% aveva una circonferenza della vita elevata e il 40% un WHR elevato.

Questo significa che una categoria basata esclusivamente sul rapporto peso-altezza può nascondere una caratteristica metabolicamente importante: l’accumulo di grasso nella regione addominale.

Ed è qui che lo studio diventa clinicamente rilevante.

Nelle persone classificate come normopeso o sovrappeso, una circonferenza della vita o un rapporto vita-fianchi elevati erano associati a un rischio dal 15 al 50% maggiore per la maggior parte degli esiti considerati.

In altre parole, essere formalmente normopeso non significa necessariamente possedere un profilo di adiposità favorevole.

Perché il grasso addominale è diverso

Un chilogrammo di tessuto adiposo non possiede necessariamente lo stesso significato biologico indipendentemente dal luogo nel quale viene accumulato.

Nel corpo esistono infatti diversi depositi adiposi.

Il grasso sottocutaneo si trova immediatamente sotto la pelle. Il grasso viscerale è invece localizzato più profondamente nell’addome, intorno agli organi interni.

La circonferenza della vita non misura direttamente il grasso viscerale — per farlo con maggiore precisione occorrono tecniche di imaging — ma costituisce un indicatore pratico dell’adiposità centrale.

Il tessuto adiposo viscerale è metabolicamente attivo e un suo eccesso si associa a processi quali insulino-resistenza, alterazioni lipidiche e infiammazione cronica di basso grado. Le più recenti linee guida statunitensi sul rischio cardiovascolare-renale-metabolico sottolineano proprio che l’adiposità viscerale contribuisce a infiammazione e insulino-resistenza e che BMI e circonferenza della vita forniscono informazioni prognostiche complementari.

Il punto essenziale è quindi che la distribuzione del grasso è una variabile biologica, non semplicemente estetica.

Il BMI non è sbagliato: risponde a una domanda diversa

I risultati non significano che dobbiamo buttare via il BMI.

Sarebbe una conclusione eccessiva.

Il BMI rimane estremamente utile per descrivere popolazioni, confrontare gruppi e identificare rapidamente condizioni associate statisticamente a un maggiore rischio.

Il problema nasce quando un indicatore epidemiologico viene interpretato come una fotografia completa della composizione corporea del singolo individuo.

Il BMI non distingue grasso e muscolo, non misura direttamente l’adiposità e non fornisce informazioni sulla sua distribuzione. Per questo può sottostimare il rischio in alcune persone con BMI apparentemente normale e sovrastimare l’adiposità, per esempio, in individui particolarmente muscolosi. La Commissione internazionale pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology nel 2025 ha esplicitamente raccomandato di non utilizzare il BMI come unica misura dell’adiposità individuale, proponendo di affiancargli misure antropometriche o, quando opportuno, una misurazione diretta del grasso corporeo.

Il nuovo studio di JACC aggiunge a questa discussione un dato fondamentale: l’informazione supplementare ottenuta misurando l’addome possiede un significato prognostico cardiovascolare a lungo termine.

Quando BMI e girovita raccontano storie differenti

Lo studio ha mostrato anche il fenomeno opposto.

Tra le persone classificate dal BMI nella categoria dell’obesità, il 9% aveva una circonferenza della vita non elevata e il 45% un rapporto vita-fianchi classificato come basso secondo i criteri utilizzati.

Il rapporto fra queste misure e il rischio risultava però complesso e differente anche fra uomini e donne.

Questo aspetto è importante perché impedisce di trasformare il risultato in uno slogan del tipo “il girovita sostituisce il BMI”.

Non lo sostituisce necessariamente.

Lo completa.

Gli stessi autori concludono che circonferenza della vita e rapporto vita-fianchi permettono di individuare persone classificate in maniera non ottimale dalle categorie convenzionali del BMI e aggiungono valore diagnostico e prognostico.

Scompenso e fibrillazione atriale: il peso dell’addome

Un altro risultato merita attenzione.

Tra le persone con obesità, la quota di rischio attribuibile nella popolazione a un’elevata circonferenza della vita o a un elevato rapporto vita-fianchi variava, a seconda dell’esito, dal 13 al 49%.

Le associazioni più rilevanti per una circonferenza della vita elevata riguardavano scompenso cardiaco e fibrillazione atriale.

Non significa che il grasso addominale sia responsabile da solo di queste patologie. Scompenso cardiaco e fibrillazione atriale hanno cause molteplici e complesse.

Significa invece che, all’interno della popolazione studiata, l’adiposità centrale identificava una componente importante del rischio che la semplice categoria BMI non riusciva a rappresentare completamente.

Un cambiamento che era già iniziato

Lo studio arriva in un momento nel quale la medicina dell’obesità sta progressivamente cambiando linguaggio.

Già nel 2020 un consenso internazionale sulla circonferenza della vita come “segno vitale” nella pratica clinica concludeva che questa misura fornisce informazioni indipendenti e aggiuntive rispetto al BMI nella previsione della morbilità e del rischio di morte.

Nel 2025 la Commissione di The Lancet Diabetes & Endocrinology ha proposto una nuova definizione dell’obesità che supera l’equazione automatica “BMI uguale obesità”. Per confermare un eccesso di adiposità, la Commissione suggerisce di utilizzare la misurazione diretta del grasso oppure di affiancare al BMI almeno una misura antropometrica, come circonferenza vita, rapporto vita-fianchi o rapporto vita-altezza.

Nel 2026 anche le linee guida americane sulla sindrome cardiovascolare-renale-metabolica hanno ribadito che il BMI non descrive adeguatamente la composizione corporea e, in particolare, l’obesità addominale.

Il nuovo studio JACC, quindi, non nasce nel vuoto. Fornisce un’importante conferma prospettica a un cambiamento concettuale già in corso.

Il vantaggio di uno strumento quasi banale

C’è poi una caratteristica che rende particolarmente interessante la circonferenza della vita: costa praticamente nulla.

Per misurare direttamente il grasso corporeo possiamo utilizzare tecniche come DXA, risonanza magnetica o altre metodiche di valutazione della composizione corporea. Sono strumenti preziosi, ma difficilmente applicabili a milioni di persone nell’ambito della prevenzione primaria.

Un metro flessibile, invece, può entrare in qualsiasi ambulatorio.

Gli Standards of Care in Overweight and Obesity 2026 sottolineano che la circonferenza della vita può essere utilizzata per migliorare la stratificazione del rischio indipendentemente dal BMI e raccomandano procedure standardizzate per eseguire correttamente la misurazione.

La standardizzazione è importante: misurare qualche centimetro più in alto o più in basso e utilizzare tecniche differenti può produrre valori non perfettamente confrontabili.

Non basta quindi dire “misurati la pancia”. In medicina, anche un esame apparentemente elementare deve essere eseguito secondo un protocollo riproducibile.

Il rapporto vita-fianchi

Lo studio ha valutato anche il waist-to-hip ratio, cioè il rapporto fra circonferenza della vita e circonferenza dei fianchi.

Il vantaggio concettuale è evidente: non considera soltanto quanto è grande l’addome, ma mette quella misura in relazione con la parte inferiore del corpo.

Un valore elevato indica una distribuzione relativamente più centrale del volume corporeo.

Le linee guida cardiovascolari del 2026 riconoscono che il rapporto vita-fianchi può offrire una caratterizzazione particolarmente utile del rischio metabolico e cardiovascolare, pur osservando che la maggiore complessità e i problemi di standardizzazione della misurazione possono renderlo meno pratico della semplice circonferenza vita nell’attività clinica quotidiana.

È uno dei casi nei quali la misura teoricamente più sofisticata non è necessariamente quella più facile da utilizzare su larga scala.

Non è ancora una nuova equazione del rischio

Anche questo grande studio possiede limiti.

È uno studio osservazionale: individua associazioni, non dimostra che ridurre di un certo numero di centimetri la circonferenza addominale produca automaticamente una determinata riduzione degli eventi cardiovascolari.

Inoltre, la circonferenza della vita e il rapporto vita-fianchi sono stati misurati una sola volta. Lo studio non poteva quindi stabilire in maniera dettagliata come le modificazioni dell’adiposità centrale durante i vent’anni di follow-up influenzassero il rischio.

Mancavano inoltre misure armonizzate di alcuni fattori importanti, fra cui attività fisica, alimentazione e predisposizione genetica all’obesità. Sono limiti riconosciuti dagli stessi autori e dall’American College of Cardiology.

Non possiamo quindi dedurre dal lavoro che esista un singolo valore di girovita capace, da solo, di prevedere il futuro cardiovascolare di una persona.

Pressione arteriosa, colesterolo, diabete, fumo, funzione renale, età, sesso, familiarità e altri fattori rimangono essenziali nella valutazione complessiva.

Il paradosso del “normopeso a rischio”

Forse il risultato più utile dello studio riguarda proprio le persone alle quali normalmente non penseremmo.

Immaginiamo due individui con BMI identico, entrambi formalmente normopeso. Uno possiede una distribuzione relativamente periferica del grasso; l’altro accumula una quota maggiore di tessuto adiposo nell’addome.

Se ci fermiamo alla bilancia e all’altezza, appaiono appartenere alla stessa categoria.

Se misuriamo il girovita, non più.

E se osserviamo il rischio cardiovascolare nei decenni successivi, lo studio suggerisce che questa differenza può avere conseguenze significative. Nelle categorie di normopeso e sovrappeso, un’elevata adiposità centrale era infatti associata a un incremento del rischio per la maggior parte degli esiti cardiovascolari considerati.

È probabilmente questo il dato che meglio spiega perché affidarsi esclusivamente al BMI possa produrre una falsa rassicurazione.

Dalla bilancia alla geometria del corpo

Per molti anni abbiamo chiesto soprattutto: quanto pesa una persona rispetto alla sua altezza?

La domanda della medicina metabolica contemporanea è più articolata: quanto tessuto adiposo possiede, dove è localizzato e quali conseguenze sta producendo sull’organismo?

Il BMI risponde discretamente alla prima domanda. Non può rispondere da solo alle altre.

Per questo la prevenzione cardiovascolare sta progressivamente passando da una concezione quantitativa dell’obesità a una concezione biologica e distributiva dell’adiposità.

Il peso rimane importante. Il BMI rimane utile. Ma nessuno dei due racconta tutta la storia.

Lo studio della Cross-Cohort Collaboration mostra, su quasi 260 mila persone e attraverso vent’anni di osservazione, che aggiungere circonferenza della vita e rapporto vita-fianchi consente di riconoscere quote di rischio che le tradizionali categorie del BMI possono nascondere.

E questo porta a una conclusione sorprendentemente semplice per una medicina sempre più tecnologica: nella prevenzione cardiovascolare del futuro, accanto a sofisticati biomarcatori, imaging e algoritmi predittivi, potrebbe acquistare maggiore importanza anche uno degli strumenti più elementari disponibili in un ambulatorio.

Un metro.

Perché quando si parla di grasso corporeo, non conta soltanto quanto ce n’è. Conta anche — e molto — dove si trova.

Bibliografia

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