Storia, economia e lezioni di un paradosso che continua a influenzare il mondo

Esiste una malattia che non colpisce le persone ma le economie. Non provoca febbre né epidemie, eppure può compromettere per decenni la crescita di un Paese. Gli economisti la chiamano “malattia olandese” (Dutch Disease), un’espressione coniata negli anni Settanta per descrivere un fenomeno apparentemente paradossale: la scoperta di una grande ricchezza naturale può trasformarsi, nel lungo periodo, in un ostacolo allo sviluppo economico.

Oggi questo concetto è utilizzato per interpretare le vicende di numerosi Paesi ricchi di petrolio, gas, minerali preziosi o terre rare, ma la sua origine risale a un episodio ben preciso della storia economica europea.

Le origini: il gas naturale di Groningen

Nel 1959, nei pressi della città di Groningen, nel nord dei Paesi Bassi, venne scoperto uno dei più grandi giacimenti di gas naturale del mondo.

La scoperta sembrò inaugurare una nuova età dell’oro per l’economia olandese. Negli anni Sessanta iniziarono le estrazioni su larga scala e il Paese divenne rapidamente uno dei principali esportatori europei di gas.

Le esportazioni crebbero vertiginosamente e con esse affluirono enormi quantità di valuta estera. Il fiorino olandese si rivalutò sensibilmente rispetto alle altre monete europee, aumentando il potere d’acquisto dei cittadini ma rendendo molto più costosi i prodotti esportati dall’industria manifatturiera.

Fu proprio questo il primo sintomo della “malattia”.

Come nasce la malattia olandese

Il fenomeno si basa su un meccanismo relativamente semplice.

Quando un Paese esporta grandi quantità di risorse naturali, riceve ingenti flussi di capitale dall’estero. L’aumento della domanda della valuta nazionale ne determina l’apprezzamento.

Una moneta più forte rende meno competitivi tutti gli altri beni esportati: automobili, macchinari, prodotti agricoli, tessili e manufatti diventano più costosi sui mercati internazionali.

Parallelamente, il settore delle risorse naturali offre salari più elevati e maggiori profitti, attirando capitale e forza lavoro dagli altri comparti produttivi.

Gli economisti distinguono due effetti principali:

Effetto di spostamento delle risorse (Resource Movement Effect)

Lavoratori, investimenti e capitale si concentrano nel settore in espansione, impoverendo industria e agricoltura.

Effetto della spesa (Spending Effect)

L’aumento dei redditi alimenta i consumi interni, facendo crescere soprattutto i settori non esportabili, come edilizia, commercio e servizi, mentre il manifatturiero perde competitività.

Il risultato finale è una progressiva deindustrializzazione.

Dalla teoria alla formalizzazione economica

L’espressione “Dutch Disease” comparve per la prima volta nel 1977 sulle pagine del settimanale britannico The Economist, che descrisse il declino dell’industria olandese come conseguenza indiretta del boom energetico.

Pochi anni dopo, gli economisti australiani W. Max Corden e J. Peter Neary elaborarono il modello teorico che ancora oggi costituisce il riferimento principale per lo studio del fenomeno.

Secondo il loro modello, l’economia di un Paese può essere suddivisa in tre grandi comparti:

  • il settore delle risorse naturali;
  • il settore manifatturiero esportatore;
  • il settore dei beni e servizi destinati al mercato interno.

Quando il primo cresce troppo rapidamente, finisce per assorbire risorse e competitività a danno del secondo.

L’Olanda riuscì a guarire?

Contrariamente a quanto spesso si crede, i Paesi Bassi non rimasero vittime permanenti della propria “malattia”.

Negli anni Ottanta il governo adottò politiche economiche più prudenti.

Furono contenuti gli aumenti salariali, vennero incentivati gli investimenti nell’innovazione tecnologica e nella ricerca e si puntò sulla diversificazione produttiva.

L’industria olandese riuscì gradualmente a riconvertirsi verso comparti ad alto valore aggiunto, come la chimica, la logistica, la meccanica di precisione e le tecnologie agroalimentari.

La lezione fu chiara: le risorse naturali possono rappresentare una straordinaria opportunità solo se accompagnate da una solida strategia industriale.

Il fenomeno nel mondo

Negli ultimi quarant’anni la malattia olandese è stata osservata in numerosi Paesi.

Nigeria

L’enorme ricchezza petrolifera ha favorito per decenni una forte dipendenza dalle esportazioni di greggio, rallentando lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera.

Venezuela

Negli anni Settanta il boom petrolifero rese il Paese uno dei più ricchi dell’America Latina. La quasi totale dipendenza dagli introiti del petrolio rese però l’economia estremamente vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi internazionali.

Russia

L’economia russa dipende ancora oggi in larga misura dalle esportazioni di petrolio e gas naturale, che rappresentano una quota significativa delle entrate statali e delle esportazioni complessive.

Paesi del Golfo

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno cercato di evitare la malattia investendo parte delle rendite energetiche nella creazione di fondi sovrani, infrastrutture, università e nuovi comparti produttivi.

La “resource curse”: una maledizione delle risorse?

La malattia olandese costituisce uno dei principali meccanismi attraverso cui si manifesta la cosiddetta Resource Curse, la “maledizione delle risorse”.

Molti studi mostrano infatti come numerosi Paesi ricchi di materie prime abbiano registrato, nel lungo periodo, tassi di crescita inferiori rispetto a economie prive di grandi ricchezze naturali.

La disponibilità di enormi rendite può infatti favorire:

  • corruzione;
  • instabilità politica;
  • riduzione degli investimenti nell’istruzione;
  • scarso sviluppo dell’innovazione;
  • dipendenza da un’unica fonte di reddito.

Le risorse naturali non sono dunque una garanzia di prosperità.

Un problema ancora attuale

La transizione energetica rende oggi il tema più attuale che mai.

Litio, cobalto, nichel, rame e terre rare sono diventati materiali strategici per la produzione di batterie, pannelli fotovoltaici e tecnologie digitali.

Molti Paesi africani e sudamericani stanno vivendo un nuovo boom minerario.

La storia economica insegna tuttavia che la ricchezza del sottosuolo non basta.

La vera sfida consiste nel trasformare le rendite derivanti dalle materie prime in capitale umano, ricerca scientifica, infrastrutture e innovazione tecnologica.

In altre parole, la ricchezza naturale produce sviluppo soltanto quando viene amministrata con lungimiranza.

Conclusioni

La malattia olandese rappresenta uno dei più affascinanti paradossi dell’economia moderna.

Ci ricorda che la prosperità non dipende soltanto dalla disponibilità di risorse, ma soprattutto dalla qualità delle istituzioni, delle politiche economiche e della capacità di pianificare il futuro.

In un’epoca dominata dalla competizione per l’energia, le materie prime critiche e la transizione ecologica, la lezione nata nei giacimenti di Groningen oltre sessant’anni fa conserva tutta la sua attualità: il vero patrimonio di una nazione non è ciò che estrae dal sottosuolo, ma ciò che riesce a costruire sopra di esso.


Bibliografia essenziale

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  • Corden, W. M. (1984). Booming Sector and Dutch Disease Economics: Survey and Consolidation. Oxford Economic Papers, 36(3), 359–380.
  • The Economist (1977). The Dutch Disease. 26 novembre 1977.
  • Sachs, J. D., & Warner, A. M. (1995). Natural Resource Abundance and Economic Growth. NBER Working Paper No. 5398.
  • Frankel, J. A. (2012). The Natural Resource Curse: A Survey of Diagnoses and Some Prescriptions. Harvard Kennedy School.
  • Auty, R. M. (1993). Sustaining Development in Mineral Economies: The Resource Curse Thesis. Routledge.
  • Van Wijnbergen, S. (1984). The Dutch Disease: A Disease After All? The Economic Journal, 94(373), 41–55.
  • Gelb, A. H. (1988). Oil Windfalls: Blessing or Curse? Oxford University Press.
  • Ploeg, F. van der (2011). Natural Resources: Curse or Blessing? Journal of Economic Literature, 49(2), 366–420.

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