Le cellule eucariotiche sembrano condividere da oltre un miliardo di anni un linguaggio comune per contrassegnare i geni attivi. Quando invece devono mantenere silenziose porzioni del genoma, l’evoluzione ha prodotto soluzioni molto più diverse. È il risultato di uno studio pubblicato su Nature Genetics da un gruppo guidato dal Centre for Genomic Regulation di Barcellona, che ha confrontato le modificazioni degli istoni in organismi lontanissimi tra loro. Dietro questa asimmetria potrebbe esserci una delle più antiche competizioni della storia della vita: quella fra i genomi e gli elementi genetici “parassiti” che cercano di replicarsi al loro interno.

Ogni cellula del nostro organismo custodisce sostanzialmente lo stesso DNA, eppure un neurone è profondamente diverso da una cellula muscolare o da un epatocita. La differenza non dipende tanto dai geni posseduti, quanto da quali geni vengono utilizzati, quando e in quale quantità.

Possiamo immaginare il genoma come un’immensa biblioteca nella quale non tutti i volumi sono disponibili contemporaneamente. Alcuni devono essere facilmente raggiungibili, altri temporaneamente chiusi, altri ancora devono rimanere inaccessibili per lunghissimi periodi.

A decidere quali parti del DNA possano essere lette contribuisce la cromatina, la struttura formata dal DNA insieme alle proteine alle quali è associato.

E proprio studiando la cromatina di organismi separati da centinaia di milioni, talvolta oltre un miliardo di anni di evoluzione, Cristina Navarrete, Sean A. Montgomery e colleghi hanno scoperto qualcosa di sorprendente: l’evoluzione sembra essere stata molto conservatrice quando si trattava di accendere i geni e molto più inventiva quando doveva spegnerli.

Il DNA non è nudo

All’interno del nucleo il DNA non galleggia liberamente.

La lunghissima molecola è avvolta intorno a complessi proteici costituiti dagli istoni, formando unità chiamate nucleosomi. È un sistema che consente di compattare enormemente il materiale genetico, ma che svolge anche una funzione regolatoria.

Gli istoni possono infatti subire numerose modificazioni chimiche post-traduzionali. Gruppi metile, acetile e altre modificazioni possono essere aggiunti in posizioni specifiche delle proteine.

Nella letteratura scientifica vengono indicate con sigle che a prima vista possono sembrare indecifrabili: H3K4me3, per esempio, significa trimetilazione della lisina 4 dell’istone H3; H3K27ac indica invece l’acetilazione della lisina 27 dello stesso istone.

Queste modificazioni non costituiscono semplicemente decorazioni molecolari. Sono associate a differenti stati funzionali della cromatina e possono contribuire a rendere una regione genomica più o meno accessibile ai sistemi cellulari che trascrivono il DNA.

Una revisione su Nature Reviews Genetics sottolinea tuttavia un’importante cautela: il rapporto fra modificazioni istoniche e funzione del genoma è complesso e una determinata modificazione può essere, a seconda del contesto, causa, conseguenza o parte di un più ampio processo regolatorio.

Un problema nella nostra conoscenza dell’epigenetica

Gran parte di ciò che sappiamo sulla cromatina deriva da un numero sorprendentemente ristretto di organismi.

Uomo e topo dominano la ricerca biomedica. A questi si aggiungono modelli classici come il moscerino Drosophila, il nematode Caenorhabditis elegans, il lievito e alcune piante.

Ma l’albero evolutivo degli eucarioti è immensamente più vasto.

Amebe, alghe, protisti e numerosi altri organismi possiedono storie evolutive antichissime e possono utilizzare sistemi di regolazione del genoma differenti da quelli che abbiamo imparato a conoscere studiando animali, piante e funghi.

Il rischio è evidente: scambiare per universale ciò che è soltanto caratteristico dei pochi rami dell’evoluzione che abbiamo studiato intensamente.

Per superare questo limite, Navarrete e colleghi hanno costruito un atlante comparativo della cromatina attraverso linee eucariotiche molto distanti.

Dodici organismi attraverso l’albero degli eucarioti

Lo studio, pubblicato il 3 agosto 2026 su Nature Genetics con il titolo Diversity and evolution of chromatin regulatory states across eukaryotes, ha analizzato specie appartenenti a diversi grandi gruppi eucariotici.

Nel campionamento compaiono organismi molto lontani dall’immaginario tradizionale della genetica sperimentale: protisti, amebe, alghe e animali appartenenti a linee evolutive antiche.

Questa scelta è il cuore dello studio.

Confrontare soltanto uomo e topo significa osservare due rami relativamente vicini dello stesso albero. Allargare l’analisi a linee separate da tempi evolutivi enormi permette invece di chiedersi quali caratteristiche della regolazione cromatinica appartengano alle radici profonde degli eucarioti e quali siano innovazioni comparse successivamente.

Per riuscirci, però, serviva anche uno strumento sperimentale nuovo.

iChIP2: molte cromatine in un solo esperimento

Gli autori hanno sviluppato una tecnica denominata iChIP2, una variante multiplex e a basso input della ChIP-seq — chromatin immunoprecipitation followed by sequencing. La metodica permette di profilare simultaneamente modificazioni post-traduzionali degli istoni in specie eucariotiche differenti.

Il principio generale della ChIP-seq consiste nell’utilizzare anticorpi capaci di riconoscere una specifica modificazione istonica, isolare i frammenti di cromatina che la possiedono e sequenziare il DNA associato.

In questo modo è possibile costruire una sorta di mappa del paesaggio epigenetico: osservare dove si concentrano determinati segnali e confrontarli con geni, promotori, regioni ripetitive ed elementi trasponibili.

L’innovazione metodologica ha permesso agli studiosi di effettuare confronti sistematici fra organismi per i quali informazioni di questo tipo erano scarse o inesistenti.

Accendere un gene: un linguaggio antichissimo

Il primo grande risultato è la notevole conservazione dei segnali associati alla cromatina attiva.

Modificazioni come H3K4me3, associate alle regioni promotrici dei geni attivamente trascritti, presentano relazioni funzionali sorprendentemente conservate attraverso linee eucariotiche molto distanti.

Lo stesso quadro generale emerge per altri stati della cromatina legati all’attività trascrizionale.

La conclusione è affascinante: alcuni degli strumenti molecolari utilizzati oggi dalle nostre cellule per organizzare i geni attivi potrebbero essere antichissimi, risalendo alle prime fasi dell’evoluzione eucariotica.

L’evoluzione, in questo caso, sembra aver trovato presto una soluzione efficace e averla mantenuta.

Spegnere un gene è tutta un’altra storia

Quando gli studiosi hanno osservato la cromatina repressiva, il panorama è cambiato radicalmente.

Gli stati associati al silenziamento mostrano infatti una diversità molto maggiore.

Modificazioni considerate classici segnali repressivi in organismi ben studiati non possiedono necessariamente la stessa distribuzione e lo stesso significato funzionale in tutti gli eucarioti. Le combinazioni utilizzate per costruire l’eterocromatina — la forma generalmente più compatta e meno accessibile della cromatina — si sono diversificate considerevolmente nel corso dell’evoluzione.

La simmetria intuitiva fra “ON” e “OFF” quindi non esiste.

Accendere e spegnere non sono semplicemente due facce dello stesso interruttore molecolare.

Il sistema utilizzato per mantenere accessibile e trascrizionalmente attivo il genoma sembra essere profondamente conservato; quello utilizzato per reprimere determinate sequenze è molto più variabile.

Perché?

I parassiti che vivono dentro il genoma

Una possibile spiegazione conduce agli elementi trasponibili.

Si tratta di sequenze genetiche capaci, direttamente o attraverso intermedi, di aumentare il proprio numero o spostarsi all’interno del genoma. Nei mammiferi, ciò che rimane di elementi trasponibili e retrotrasposoni costituisce una porzione enorme del DNA.

Definirli semplicemente “DNA spazzatura” sarebbe sbagliato. Nel corso dell’evoluzione molti elementi trasponibili sono stati addomesticati dall’ospite e hanno contribuito alla comparsa di nuove sequenze regolatrici e funzioni biologiche.

Ma la loro attività può anche essere pericolosa.

Un elemento capace di inserirsi in una nuova posizione può interrompere un gene, alterarne la regolazione o destabilizzare il genoma. Le cellule hanno quindi sviluppato numerosi meccanismi per tenerli sotto controllo, fra cui metilazione del DNA, modificazioni degli istoni e piccoli RNA.

Lo studio mostra che gli elementi trasponibili risultano associati a differenti stati repressivi nelle diverse linee eucariotiche, suggerendo che la loro repressione abbia contribuito alla diversificazione dell’eterocromatina.

Una corsa agli armamenti lunga un miliardo di anni

Qui entra in gioco una delle interpretazioni evolutive più interessanti del lavoro.

Gli elementi genetici egoisti devono riuscire a replicarsi per sopravvivere evolutivamente. L’organismo ospite, invece, trae vantaggio dal contenerne l’attività quando questa minaccia la stabilità del genoma.

Si crea così una corsa agli armamenti evolutiva.

Il genoma sviluppa un meccanismo per riconoscere e silenziare una sequenza parassita; gli elementi mobili che riescono a sfuggire al controllo si propagano con maggiore successo; l’ospite viene quindi sottoposto a una nuova pressione selettiva per sviluppare contromisure.

Ripetuto per centinaia di milioni di anni e indipendentemente in linee evolutive differenti, questo processo può aver favorito la comparsa di molti sistemi diversi per costruire cromatina repressiva.

Gli autori propongono proprio questa interazione con gli elementi trasponibili come una delle forze che potrebbero aver contribuito alla notevole diversificazione dei meccanismi repressivi osservata nello studio.

È importante, però, distinguere il dato dall’interpretazione: la diversità della cromatina repressiva è osservata sperimentalmente; il ruolo della corsa agli armamenti con gli elementi trasponibili è un’ipotesi evolutiva sostenuta dai risultati, non la dimostrazione di un’unica causa.

H3K27me3: stesso segno, significati differenti

Un esempio particolarmente interessante riguarda H3K27me3, la trimetilazione della lisina 27 dell’istone H3.

Negli animali e nelle piante questo segnale è strettamente associato alla repressione mediata dai complessi Polycomb ed è uno dei grandi protagonisti della regolazione dello sviluppo.

Ma osservando l’intero albero degli eucarioti la storia diventa più complessa.

Studi precedenti avevano già mostrato che il complesso Polycomb Repressive Complex 2 può depositare H3K27me3 e partecipare alla repressione degli elementi trasponibili in un’ampia varietà di eucarioti.

Il nuovo lavoro colloca questi dati in un quadro comparativo più ampio: una stessa modificazione molecolare può essere antica, mentre il contesto regolatorio nel quale viene utilizzata può cambiare profondamente.

Questo è forse uno degli insegnamenti più importanti dello studio.

Conservare una molecola non significa necessariamente conservarne esattamente la funzione.

L’epigenetica non è un semplice “codice degli istoni”

Per anni è stata popolare l’idea di un vero e proprio “codice istonico”: combinazioni di modificazioni che fornirebbero istruzioni relativamente precise sullo stato funzionale di una regione del genoma.

È una metafora utile, purché non venga interpretata troppo letteralmente.

Il nuovo studio mostra perché.

Se la stessa modificazione può essere impiegata in contesti differenti nelle diverse linee evolutive, il significato di un segnale dipende dalla rete molecolare nella quale è inserito: dagli enzimi che lo depositano e lo rimuovono, dalle proteine che lo riconoscono, dalla sequenza del DNA, dalla struttura della cromatina e dagli altri segnali presenti.

Una recente ricerca di editing epigenomico ha dimostrato, per esempio, che modificazioni specifiche possono avere effetti causali sulla trascrizione, ma che questi effetti dipendono fortemente dal contesto genomico nel quale vengono introdotte.

Più che un dizionario nel quale a ogni segno corrisponde sempre una parola, la cromatina assomiglia quindi a una grammatica molecolare, nella quale il significato dipende anche dalla posizione e dal contesto.

Perché tutto questo interessa la medicina

Lo studio di Navarrete e colleghi è ricerca di base. Non identifica un nuovo farmaco, non propone un test diagnostico e non dimostra una nuova terapia.

Ma questo non significa che sia lontano dalla medicina.

La regolazione aberrante della cromatina è coinvolta in numerose patologie, in particolare nei tumori. Mutazioni degli enzimi che modificano gli istoni, alterazioni della metilazione del DNA e cambiamenti nell’organizzazione tridimensionale della cromatina possono modificare profondamente l’espressione genica.

Anche gli elementi trasponibili possono entrare in questa storia.

Un lavoro pubblicato su Nature Genetics ha mostrato, per esempio, che alterazioni dell’organizzazione tridimensionale del genoma possono permettere a elementi LTR normalmente controllati di funzionare come promotori alternativi, contribuendo all’attivazione anomala di oncogeni.

Comprendere come siano nati i diversi sistemi di repressione significa quindi comprendere meglio quali parti della regolazione epigenetica siano fondamentali, quali siano più plastiche e quali punti possano diventare vulnerabili quando il sistema viene alterato.

Guardare un’ameba per capire una cellula umana

Può sembrare curioso che per comprendere meglio la regolazione dei nostri geni sia necessario studiare amebe, alghe, protisti o organismi marini lontanissimi da noi.

È invece uno dei principi più potenti della biologia evoluzionistica.

Quando una caratteristica compare in organismi separati da oltre un miliardo di anni, possiamo ipotizzare che fosse già presente nei loro antenati comuni. Quando invece troviamo soluzioni radicalmente differenti, possiamo cercare di capire quali pressioni evolutive abbiano prodotto quella diversificazione.

La genomica comparata trasforma così organismi apparentemente esotici in una sorta di macchina del tempo biologica.

Il lavoro del Centre for Genomic Regulation mostra che molte modificazioni degli istoni sono antiche e ampiamente conservate, confermando e ampliando precedenti ricostruzioni filogenetiche dell’evoluzione della cromatina eucariotica.

Ma dimostra anche che conservare gli strumenti non significa necessariamente utilizzarli nello stesso modo.

Un linguaggio universale e molti dialetti

Alla fine emerge un’immagine sorprendentemente elegante dell’evoluzione del genoma.

Per mantenere attivi i geni, gli eucarioti sembrano utilizzare un vocabolario molecolare molto antico. Le firme della cromatina attiva sono rimaste riconoscibili attraverso enormi distanze evolutive.

Per silenziare il DNA, invece, la storia è stata molto più movimentata.

Ogni linea evolutiva ha dovuto confrontarsi con i propri elementi trasponibili, virus endogeni e sequenze geneticamente egoiste. Da questa competizione potrebbero essere emersi sistemi repressivi differenti, combinazioni diverse delle stesse modificazioni e nuovi modi di costruire eterocromatina.

La cellula, in altre parole, sembra aver conservato un linguaggio relativamente universale per dire “leggi questo gene”, mentre ha sviluppato molti dialetti differenti per dire “questo DNA deve restare in silenzio”.

Ed è proprio questa asimmetria a rendere lo studio particolarmente interessante.

Perché racconta che il genoma non è soltanto un archivio di informazioni accumulato nel corso dell’evoluzione. È anche il risultato di un conflitto permanente: una struttura che deve contemporaneamente conservare, utilizzare e difendere l’informazione che contiene.

Bibliografia

  1. Navarrete C., Montgomery S.A., Mendieta J. et al. Diversity and evolution of chromatin regulatory states across eukaryotes. Nature Genetics. 2026. Pubblicato il 3 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41588-026-02672-1.
    Studio originale su Nature Genetics
  2. Nature Genetics. Histone marks are conserved across eukaryotes but chromatin states are diversified. Research Briefing. 2026. DOI: 10.1038/s41588-026-02683-y.
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  7. Vigneau J. et al. Evolution of a distinct chromatin regulatory landscape in brown algae. Nature Ecology & Evolution. 2026. DOI: 10.1038/s41559-026-03031-3.
  8. Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi – Agenbio. Silenziamento genico: un’antica difesa contro i parassiti ha moltiplicato i modi per spegnere i geni. 26 agosto 2026. Sintesi divulgativa dello studio.

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